Abuso sessuale e rifugiate: le violate invisibili

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L’UNHCR – l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – definisce rischiosa la condizione delle donne costrette a intraprendere viaggi estenuanti alla volta di un futuro quantomeno scevro di guerra.
È il New York Times a pubblicare un reportage in cui sono raccolte alcune delle testimonianze di donne in corsa verso la Germania, unanimi nel denunciare la violenza subita e le ripercussioni pagate sul piano psicologico – una donna vittima di abusi è violata, derubata in una manciata di minuti di autostima, sicurezza, indipendenza, è indebolita dalla convinzione di non essere stata in grado di difendere se stessa.

Le parole raccolte da Katrin Bennhold, autrice dell’inchiesta, denunciano l’abuso sessuale come merce di scambio, divertimento, sottomissione, un abuso messo in atto da chiunque – trafficanti, rifugiati, europei – e in qualsiasi occasione.

La testimonianza di Esraa al-Horani, siriana rifugiatasi in Germania che racconta di essersi camuffata da uomo e di aver messo da parte la pulizia personale pur di difendere se stessa dal possibile abuso di natura sessuale, descrive con ferocia la condizione di terrore in cui versa una donna costretta a indossare le vesti di rifugiata – senza patria e soprattutto senza protezione.
Esperienze di vita egualmente drammatiche sono riportate da Susanne Höhne, psicoterapeuta presso un centro, sito in Berlino Ovest, specializzato nell’affrontare i traumi vissuti dalle donne migranti. La Höhne attesta che quasi tutte le proprie pazienti sono state vittime di violenza sessuale, abusi subiti sia in ambiente domestico, sia messi in atto da estranei; queste donne si presentano alla psicoterapeuta ferite e fragili, bisognose di un sostegno che non solo le aiuti a inserirsi nel contesto sociale tedesco, ma che le supporti nella rielaborazione del trauma al fine di superarlo o di imparare, quantomeno, a convivere con esso.

Il reportage è apparso sul NYT pochi giorni dopo la barbarie di Colonia, una sorta di grido indignato contro un contesto che, ipocrita e superficiale, ha ritenuto di dover reagire solo perché coinvolto in prima persona nel vortice della violenza – tedesche, siriane, libanesi sono etichette prive di reale contenuto, sono tutte donne vittime di una società che non ha saputo tutelarle.
Un’inchiesta che, diversamente dalla natura episodica della violenza sessuale che ha sporcato Colonia, testimonia una violenza caratterizzata da una natura costante, strutturale quasi: donne succubi di estranei e familiari, tra le mura di casa e quelle di una nave, lungo il tragitto e su suolo europeo, succubi perché paradossalmente colpevoli di essere nate donne.
Joan Schebaum, riferendosi alla propria esperienza di gestione di due case per richiedenti asilo in Berlino Est, dichiara che «le donne vivono all’ombra del marito», denunciando di fatto una forma subdola di abuso, che non cessa mai di esistere. È ancora la Höhne a chiarire la questione, sostenendo che «se vogliamo aiutare le donne, dobbiamo aiutare gli uomini», non dimenticando che anche «molti uomini sono traumatizzati», il che annuncia probabilmente il proposito di immedesimarsi in queste vite corrotte dalla fuga e dalla guerra, comprenderne educazioni e tradizioni e rieducarle a valori quali rispetto e dialogo.

Elemento non trascurabile è l’inesistenza, ad oggi, di stime che tentino di comprendere la reale portata dell’abuso sessuale ai danni delle rifugiate; un vuoto che rischia di rendere di fatto invisibili le violenze e le donne violate stesse, ciò malgrado forme di violenza sessuale, alla luce delle testimonianze, si registrino in ogni tappa del viaggio: dalla partenza – per pagare il mezzo di trasporto, magari – all’arrivo alla meta ambita, dove si mescolano le brutture di compatrioti ed europei.

«È su loro che cadono i soprusi più duri durante la fuga da casa e nella realtà del campo. […] Nei conflitti più recenti lo stupro è stato deliberatamente e strategicamente usato come arma di guerra, al fine di affermare la pulizia etnica. La sofferenza causata dallo stupro non finisce con la cessazione della violenza. Le donne si portano dietro per la vita il trauma psicologico.» L’UNHCR definisce qui lo stupro un «trauma psicologico» e «arma di guerra», definendo in qualche modo i contorni della violenza: dove e quando, ma soprattutto il perché del suo verificarsi; ed è nel perché che la donna perde le sembianze di un individuo e acquista quelle di un mezzo qualsiasi per consentire a qualcuno – uomini singoli o etnie – di affermare la propria superiorità rispetto ad altri, denudando la donna oggetto di abuso della dignità di essere umano.
Donne violate, invisibili e denudate, cui la società, finanche la nostra che sbandiera l’importanza dei diritti umani, non è in grado di garantire protezione, né visibilità al fine di rendere massicce le denunce di tali situazioni.
La questione non è di tipo razziale, è umana: l’abuso sessuale è un dolore senza patria, un apolide rugoso, ossuto e meschino, una sorta di erbaccia capace di spuntare ovunque, ed è ovunque che andrebbe sradicata.

Rosa Ciglio

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