Alzheimer: la chiave per fermarlo

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Tra le tante patologie collegate all’invecchiamento, l’Alzheimer di certo è quella che più colpisce e rispetto la quale l’attenzione della scienza, ma anche dell’opinione pubblica, è stata e continua ad essere giustamente elevata.

Perdere la memoria e i ricordi significa perdere gran parte del vissuto. Perdere quella ricchezza che sta dentro ognuno di noi e ci identifica, ci rende unici, ci rende umani. Si può affermare senza mezzi termini che una delle sfide più importanti della medicina è sconfiggere l’Alzheimer e permettere a chi ne è affetto di mantenere vivo ciò che lo identifica.

Parallelamente a tutte le riflessioni possibili c’è una delle strade più in salita che gli scienziati abbiano mai affrontato e ad oggi, nonostante il progredire della ricerca e delle tecnologie correlate, quella strada è ancora tortuosa e l’arrivo, la vittoria sull’Alzheimer, è ancora lontana.

Ma la ricerca forse è prima di ogni altra cosa speranza e la pubblicazione di uno studio inglese di qualche giorno fa ne fornisce una nuova e molto importante.

Lo stato infiammatorio

I ricercatori dell’Università di Southampton hanno concentrato l’attenzione sullo stato di neuroinfiammazione che perdura nei pazienti affetti da Alzheimer. L’hanno fatto percorrendo vie parallele, una cercandone le cause, l’altra individuando molecole adatte a ridurre appunto tale condizione patologica e l’espressione dei tipi cellulari che la identificano.

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Il nocciolo centrale della questione, individuato dallo studio suddetto, è che nei malati di Alzheimer le cellule della microglia attive sono in numero maggiore rispetto a quelle di un paziente sano e questo suggerisce uno stato infiammatorio duraturo nel tempo, probabile espressione principale della malattie.

Nella sperimentazione sul modello animale, associata allo studio, è stato somministrato ai topi affetti un farmaco particolare, noto come GW2580, in grado di agire come inibitore delle cellule della microglia.

Nei campioni a cui è stato somministrato il farmaco la reazione è stata positiva, dimostrando non solo che lo stato infiammatorio cronico del cervello è direttamente collegato all’Alzheimer, ma anche e soprattutto che stabilizzando il numero di cellule della microglia è possibile prevenire il blocco della comunicazione tra le cellule nervose, tipico della malattia.

Ora, come già accennato, è necessario chiarire che risultati come questo sono si un punto a favore della ricerca, ma di partenza e non d’arrivo. Di fronte ad una scoperta come questa, che oggi riguarda l’Alzheimer ma il cui principio è universale, nasce un percorso che passo dopo passo prende in considerazioni decine di variabili ed affronta innumerevoli sfide.

Un percorso che esiste se e solo se diversi rami della ricerca e della tecnologia correlata lavorano in sinergia, affrontando tutte le sfumature della questione una dopo l’altra per arrivare a quello che presumibilmente sarà l’obiettivo finale di questa ricerca: produrre un farmaco stabile ed adeguato ai test, che possa essere utilizzato per il test ultimo e definitivo, quello sui pazienti affetti da Alzheimer.

Purtroppo, che piaccia o meno all’opinione pubblica spesso frettolosa a dare risalto ed enfasi a questioni delicate, passare da una speranza ad una certezza, nella scienza, è come camminare su un filo sottilissimo. Con le possibilità di arrivare dall’altra parte che si contano su una mano e dei tempi che per forza di cose sono lunghi.

Lo studio dell’Alzheimer, e l’individuazione di una cura certa, non sfuggiranno a questa regola. Ogni passo in avanti sarà progresso e speranza. Ogni tassello ricomposto di questo puzzle sarà una possibilità in più di tenere viva una delle cose più preziose che abbiamo, la nostra memoria.

http://brain.oxfordjournals.org/content/early/2016/01/07/brain.awv379

Mauro Presciutti

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