Per Charlie Hebdo il piccolo Alan sarebbe diventato un molestatore

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Torna a far parlare di sé Charlie Hebdo, la rivista satirica francese vittima nel gennaio dello scorso anno dell’attentato jihadista che costò la vita a 8 membri della redazione. In una recente vignetta pubblicata a pochi giorni dalle molestie di gruppo verificatesi a Colonia, viene ipotizzato che Alan Kurdi, qualora non fosse morto, sarebbe diventato egli stesso un molestatore.

Alan Kurdi, per chi non lo ricordasse, è il bambino siriano di 3 anni immortalato nel settembre scorso privo di vita su una spiaggia turca, in una foto che fece indignare il mondo intero e contribuì ad attenuare, anche se per poco, la diffusa ostilità europea verso la recente portata dei flussi migratori.

Ciò che lega la giovane vittima agli assalitori è la terra d’origine, dato che molti degli arresti di Colonia sono stati effettuati a danno di migranti nordafricani, e a quanto pare per Charlie Hebdo il luogo d’origine di un bambino, o meglio, la sua “razza”, è sufficiente a determinare il destino che lo aspetta da adulto, in questo caso una carriera da molestatore.

L'ultima vignetta di Charlie Hebdo su Alan Kurdi.
L’ultima vignetta di Charlie Hebdo su Alan Kurdi.

Alla notizia di tale pubblicazione non è stata conferita molta importanza dai media italiani, nonostante le reazioni da questa suscitate siano state molte e contrastanti in tutto il mondo: gran parte della stampa europea e americana ha giudicato la vignetta offensiva e razzista, “disgustosa” per la precisione, come proferito dallo zio di Kurdi. E una minoranza, tra la quale i redattori stessi della rivista francese, ha invece risposto alle critiche inneggiando alla libertà d’espressione, la stessa che con la mobilitazione #jesuischarlie era stata difesa da milioni di persone in tutto il mondo dopo la strage di gennaio.

Le vignette di Charlie Hebdo sono solitamente volgari, spiazzanti, brillanti e pungenti nella loro irriverenza, una satira sprezzante e con la faccia tosta, ma questa vignetta, purtroppo, è solamente razzista. Oltre che macabra.

Eppure non si tratta della prima volta che il piccolo Alan Kurdi è protagonista di una vignetta sulla celebre rivista francese, ma nella precedente apparizione in settembre il messaggio ad essa associato era stato per molti intelligente e apprezzabile (per quanto lo possa essere un cartoon che riguardi il cadavere di un infante). Si ironizzava su quanto la percezione del mondo occidentale sia distorta nelle menti dei giovani migranti, che, ingannati dalle pubblicità scintillanti e ipocrite di multinazionali come Mc Donald’s, scelgono di rischiare la vita certi di un futuro migliore. Una vignetta spiazzante, che venne molto criticata, ma innegabilmente intelligente.

La vignetta di Charlie Hebdo di settembre sempre su Alan Kurdi.
La vignetta di Charlie Hebdo di settembre sempre su Alan Kurdi.

La vignetta riguardante i fatti di Colonia invece è scaduta nel più becero razzismo, rintracciabile in quantità simili a quelle rinvenute nelle caricature tedesche ai tempi della propaganda nazista di Goebbels. Una caduta di stile che non potrà mai più essere dimenticata e che non trova alcuna attenuante nel fatto che l’autore della vignetta, Laurent Sourrisseau, fosse presente nella redazione del giornale il 7 gennaio, il giorno della strage.
Sourrisseau può anche agire mosso da rabbia o da un risentimento comprensibile, ma dovrebbe anche capire che, proprio dal giorno dell’attacco, Charlie Hebdo è divenuto un fattore non trascurabile nella determinazione dell’opinione pubblica sia francese che europea e dovrebbero esserne consapevoli soprattutto gli incaricati alla supervisione, coloro che non possono far passare messaggi così sciatti e pregni d’odio dalle pagine della propria rivista.

La vignetta della regina di Giordania Raina, in risposta a Charlie Hebdo.
La vignetta della regina di Giordania Raina, in risposta a Charlie Hebdo.

I fatti di Colonia hanno risvegliato i movimenti di ultra-destra tedesca, che ora stanno acquisendo sempre più consensi promettendo la caccia, di fatto, al migrante. Ed ecco che dalla Francia arriva il supporto di chi non t’aspetti, della rivista un tempo simbolo della libertà d’espressione che oggi è vicina a posizioni fortemente xenofobe.
Charlie Hebdo non è più il simbolo della libertà d’espressione, perché il razzismo è la prima forma di annullamento di questa. Razzismo e xenofobia significano giudicare un individuo dalle sue appartenenze, culturali o religiose che siano, senza permettergli di esprimere liberamente la propria personalità. Personalità che è unica, e non stereotipata.
La libertà d’espressione è un diritto e rispettarla è un dovere. Questa volta Charlie Hebdo non l’ha fatto.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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