Ieri è stato celebrato in Bolivia il decennale della presidenza di Evo Morales. L’intero Paese ha festeggiato l’anniversario della prima elezione (2005) del leader del Movimiento al Socialismo (MAS), che è poi risultato vincitore in altre 2 occasioni, nel 2010 e nel 2015.

Da subito Morales si è segnalato per coraggiose e talvolta controverse decisioni: uno dei primi provvedimenti riguardò, nel 2006, la nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi, mentre di qualche mese più tardi furono le riforme agrarie e l’impulso delle politiche sociali in un Paese fino a quel momento teatro di forti diseguaglianze. È evidente il debito ideologico contratto da Evo (così ormai spesso ci si riferisce a Morales nelle occasioni ufficiali e sui giornali boliviani: la familiarizzazione tra popolo e Presidenti di lungo corso e largo consenso è uno dei tratti caratteristici della sfera pubblica latinoamericana) con uno dei suoi più grandi alleati, il presidente venezuelano Hugo Chávez: facendo propri molti dei capisaldi del Socialismo del XXI secolo inventato da quest’ultimo, Morales è riuscito a proporre la Bolivia, a braccetto con Caracas e con l’Ecuador di Flores, come uno dei più forti antagonisti del capitalismo neoliberista che l’ideologia di derivazione chavista vuole imposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati nella regione. In questo senso, si sono consumate rotture clamorose con Washington: memorabili, nel 2008, l’espulsione dell’ambasciatore americano e l’interdizione in Bolivia delle attività della DEA, l’Agenzia USA per la lotta al narcotraffico. Parallelamente, la Bolivia ha aderito al “controsistema” politico-economico regionale, l’ALBA, organizzazione internazionale guidata dal Venezuela, e ai programmi di sviluppo promossi da questa: importantissimi sono quelli relativi alla condivisione degli idrocarburi tra i Paesi di questo “blocco”.

La riforma più importante è stata però quella costituzionale: grazie ad un’iniziativa che le opposizioni cercarono di ostacolare anche attraverso la proposizione, nel 2008, di un referendum “destitutivo” di Morales, stravinto dal Presidente con più del 60% dei “no”, Evo, primo presidente di etnia indigena nel continente, trasformò la Bolivia in un Estado Plurinacional, certificando definitivamente la svolta verso un modello politico e sociale inclusivo degli indios, da sempre schiacciati dalla minoranza creola di origini europee. La data dell’effettiva nascita del nuovo Stato plurinazionale, ratificata nel 2009 da un referendum confermativo che ha approvato la riforma con quasi il 62% dei voti a favore, fu fatta sapientemente coincidere con il quarto anniversario del primo insediamento di Morales alla presidenza, di modo che, da allora in poi, la festa nazionale indetta per il 22 gennaio coincidesse con la data dell’insediamento dei governi di Evo.

Nella giornata di ieri, quindi, la celebrazione dello Stato Plurinazionale in corrispondenza col decennale della Presidenza Morales ha significato l’omaggio incondizionato da parte di un’intera Nazione al personaggio cui si è dovuto quel Cámbio che la Bolivia sospirava da decenni.

Come spesso accade in America latina, personalità dello Stato e personalità del singolo si mescolano: la festa nazionale è diventata l’omaggio ad un presidente-monarca costituzionale e democratico, un nuovo padre della patria che si vanta di aver saputo conciliare le diverse anime nazionali incluse nello Stato. La Bolivia di Morales vuole e deve essere un’entità di nuova concezione, comunità politica di anime culturali diverse.

Diventa così più comprensibile la retorica della celebrazione del decennale della Presidenza e il discorso monstre, lungo più di 6 ore, pronunciato dal Mandatario davanti al Parlamento, che un decreto dell’agenzia governativa per le comunicazioni ha imposto di coprire a tutte le tv e radio nazionali. Introdotto dal fidato vicepresidente García Linera con il titolo di Hermano (“Fratello”) Presidente Constitucional del Estado Plurinacional, Morales ha elencato, interrotto da frequenti applausi, i successi delle sue amministrazioni, spaziando dal campo economico (vantandosi di essere tra i pochi Paesi dell’America latina col PIL in crescita, seppur con stime rivedute leggermente al ribasso per il 2016) a quello sociale (lotta all’analfabetizzazione, integrazione femminile, distribuzione delle terre ai contadini), senza dimenticare i programmi per la casa, per l’acqua potabile (la Bolivia ha raggiunto gli “Obiettivi del Millennio ONU” in questo campo) e una parola affettuosa per gli alleati di sempre, Cuba (ringraziata per i programmi sanitari attuati d’intesa col governo) e Venezuela (omaggiata con un intero passaggio del discorso sui risultati conseguiti dalla Fuerza Binacional dei due Paesi). Tutto ribadendo frequentemente l’ormai definitiva rottura con l’economia neoliberista, colpevole di aver affamato e corrotto il Paese fino al 2005, senza che questo, secondo Morales, abbia però comportato attentati alla proprietà privata.

Quale futuro si intravede per la Bolivia? La crisi del prezzo degli idrocarburi ha consigliato da tempo a Morales di investire sulle energie rinnovabili, i cui programmi di sviluppo sono già stati annunciati; nel discorso si manifesta la certezza che la Bolivia si avvicinerà al 2020, anno della scadenza del terzo mandato di Evo, assecondando la bonanza economica e la stabilità sociale che, secondo il Presidente, hanno contraddistinto il Paese negli ultimi 10 anni. E dopo? La Costituzione non permetterebbe una quarta rielezione di Morales: per ovviare a questo inconveniente, il Presidente ha indetto nei mesi scorsi un referendum costituzionale, programmato per febbraio, che gli assicuri possibilità di rielezione indefinita. Per questa nuova rifondazione costituzionale si farà volentieri a meno delle opposizioni politiche: se il vicepresidente aveva già parlato, nel suo discorso introduttivo, di “opposizione inesistente”, senza alcun progetto alternativo per la Bolivia, Morales ha rincarato la dose, affermando non solo che molti dei suoi avversari diffondono menzogne, ma anche che i cosiddetti rifugiati politici all’estero sono in realtà evasori fiscali e corrotti del vecchio regime.

Non possono però essere ignorati gli attacchi della destra al governo, colpevole in particolare di non aver risolto la corruzione diffusa soprattutto a livello giudiziario, una vera e propria piaga che lo stesso Morales ha dovuto ammettere. Il Presidente ha infatti capito che la percezione che il popolo ha della grandezza del suo progetto politico (da cui passano molte delle chances di vittoria nel referendum di febbraio) si costruisce non tanto su quello che è stato fatto, o su quante ore si trascorrono a sbandierarlo in tv, ma su quello che c’è ancora da fare.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo “Sannazaro”, quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l’Università “La Sapienza” di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.