Eutanasia: la “buona morte” in Parlamento

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«Eluana non è morta. Eluana è stata ammazzata, e noi non ci stiamo!». Con questa dichiarazione Gaetano Quagliarello accoglieva nell’aula parlamentare la notizia dell’avvenuto decesso di Englaro, giovane donna sottoposta al procedimento della eutanasia a seguito di un decreto di autorizzazione della Corte d’appello di Milano.

Un momento di estrema tensione nei rapporti tra organi costituzionali: il Parlamento accusava la Magistratura di aver creato l’eutanasia.

La pratica non era riconosciuta espressamente da alcuna normativa, Napolitano rifiutava la firma di un decreto-legge volto ad impedire l’attuazione di quanto deciso dai giudici, le opposizioni insorgevano e parlavano di una negazione di diritti fondamentali in materia sanitaria. La vicenda si concluse così: una spina staccata ed una morte. Improvvisamente scese il gelo a Montecitorio, decidendo di non decidere: non si avvertiva più l’esigenza di coprire una lacuna del nostro ordinamento giuridico, stabilendo, una volta per tutte, se l’eutanasia fosse praticabile o meno, e a quali condizioni. Una decisione che il centrosinistra decise di non sovvertire, entrando in una contraddizione insanabile: aver strenuamente difeso questo “diritto” come opposizione e non aver fatto nulla al governo. Così, delegava le proprie funzioni al giudice, il quale, a differenza dei partiti, non può tentennare o decidere di non decidere: ad ogni domanda una pronunzia. E se quella pronunzia non dovesse risultare gradita, è sempre possibile inveire contro la magistratura, “rossa“, “nera“, “capitalista” o “socialista” a seconda del caso.

Un silenzio che forse non avrà mai fine, e che non è conveniente. Da anni chi intenda ricorrere alla “buona morte” (sia detto tra virgolette, perché una morte potrà forse essere voluta, desiderata e anche giusta in base alle nostre convinzioni personali, ma certo non “buona”) si trova costretto ad uscire dai confini nazionali, anche pagando lautamente, oppure a trovare un medico che decida di consegnare la vita alla morte, divenendo il boia anziché il curatore, e certamente potendosi aspettare un avviso di garanzia. Qualcuno non vi è riuscito nonostante si sia strenuamente battuto per questo: Luca Coscioni non ha potuto decidere di che morte morire. Piergiorgio Welby vi è riuscito, e prontamente ha avuto inizio il processo penale contro il medico. La notizia del rinvio a giudizio riempì i giornali, quella dell’assoluzione qualche colonna nelle ultime pagine. Un fatto di cronaca giudiziaria, d’altronde poco interessante, non essendoci un “omicida” da scoprire. Il giudice, ancora una volta, copriva le lacune della legge richiamando la Costituzione, il grimaldello dei casi controversi.

Una proposta di legge adesso c’è per coprire questa lacuna.

Disciplina il testamento biologico, riconoscendo che ogni cittadino possa, in stato di coscienza, manifestare la propria volontà di porre fine al trattamento terapeutico anche se questo comporta certamente il decesso, alla condizione che questo sia maggiorenne e che abbia potuto parlare con i familiari di questa decisione. Un po’ quello che ha detto la magistratura: volontà certa e inequivocabile, soggetto maggiorenne, stato irreversibile di coma o malattia che produca sofferenze gravi. E con una previsione penale per il mancato rispetto di questa espressione di volontà (che fine faccia l’obiezione di coscienza è un mistero, e forse i redattori avrebbero dovuto attenzionare maggiormente questo problema). Sarebbe possibile quindi redarre un atto nel quale decidere il proprio futuro, senza che un giorno un familiare possa negare che quelle parole siano state espresse, o le possa affermare forse per mera convenienza (questa fu un’accusa rivolta al padre di Eluana Englaro dalle suore che l’avevano in cura, invitandolo a dimenticarsene).

A marzo il Parlamento affronterà la questione, ma i commenti per ora sono stati freddi o assenti.

Salvo in un ambiente: quello cattolico. Lì le contestazioni si sono sollevate, essendo detta religione contraria al riconoscimento di un diritto a morire che rappresenta un rifiuto di un dono divino: quello della vita. Ma le opposizioni non sono solo religiose, e necessitano di alcune specificazioni per evitare di ricorrere nel classico errore di esporre luoghi comuni anziché elaborazioni particolarmente complesse. Le problematiche che vengono sollevate sono varie e potrebbero essere così riassunte: a) nella normativa italiana è fatto divieto a qualsiasi soggetto di disporre del proprio corpo, provocando alterazioni non riparabili, in questo modo tutelando il diritto alla integrità fisica anche contro sé stessi. Come si potrebbe allora disporre della propria vita, bene più alto e certamente sacro (il termine è da intendersi quale dimostrativo di una tutela assoluta della stessa, e non di una mera trasposizione di principi religiosi)?; b) il diritto italiano non consente il suicidio in base al principio prima affermato, anche in presenza di una chiara volontà. Non è sanzionato come accade in altri Paesi, ma è fatto ugualmente obbligo di soccorrere la persona che intenda togliersi la vita (un divieto implicito, si è detto, è anche ricavabile dalla previsione di una sanzione penale per l’istigazione al suicidio); c) la previsione generale di un diritto al suicidio quale l’eutanasia minerebbe le fondamenta della pace sociale, minandosi la reciproca convivenza e gli obblighi di solidarietà umana a cui la Costituzione considera vincolati tutti i cittadini italiani; d) il soggetto che si sottopone alla eutanasia non è mai pienamente cosciente a causa del suo stesso stato fisico:

«l’ammalato che si sente circondato da presenza amorevole umana e cristiana, non cade nella depressione e nell’angoscia di chi invece si sente abbandonato al suo destino di sofferenza e di morte e chiede di farla finita con la vita. È per questo che l’eutanasia è una sconfitta di chi la teorizza, la decide e la pratica.»

Queste le parole del documento “Il rispetto della dignità del morente” della Pontificia accademia per la vita. Gli ambienti cattolici hanno, inoltre, invitato il Parlamento a decidere sulla materia con una regolamentazione chiara della stessa, seppur volta a limitare il ricorso alle pratiche del decesso volontario. Un rilievo condivisibile, qualunque sia la presa di posizione personale sull’argomento: il Parlamento deve esercitare il suo diritto (ed adempiere al suo dovere) di decidere su questioni etiche spinose, entrare nel merito della questione, senza passare la patata bollente a giudici che già troppo spesso si sono scottati.

Vincenzo Laudani

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