Tra le pagine dell’Olocausto

0
226
Children behind a barbed wire fence at the Nazi concentration camp at Auschwitz in southern Poland. (Photo by Keystone/Getty Images)

Si guarda al cielo e ci si rivolge a Dio quando qualcosa va storto, quando si cerca di capire il perchè delle cose, di cose così grandi, così assurde che da soli non possiamo proprio analizzare.

Esistono però vicende umane drammaticamente tragiche, incomprensibili, giganti che ti guardano dall’alto e che ti rendono piccolo, insignificante, inutile. E una di queste è quella dell’Olocausto.

Leopardi cercava di spiegare all’uomo la sua inutilità e inconsistenza davanti alla grandiosità della forza naturale, ma la storia ci insegna che l’uomo può essere ancora più meschino, violento, devastante di una qualsiasi calamità.

Un altro 27 gennaio. Un altro giorno per rimurginare, riflettere, far prevalere quell’empatia che dovrebbe (si dice) distinguerci dalle bestie. Il grande bagaglio che abbiamo, fatto di documentazioni, opere, fonti, interviste riguardo la tragedia dell’Olocausto perpetrato dal terzo Reich, è un enorme monumento fisico e morale da cui tutti noi dovremmo attingere, per evitare di ricadere in quel loop di trasgressione e per evitare che una buona propaganda possa ancora plasmare così tanto le nostre menti.

Il diverso ha sempre spaventato; destabilizza sapere che qualcuno possa vivere in modo opposto da noi, immaginare realtà molteplici con cui il paragone non è sempre semplice. Ma chi è davvero diverso dall’altro? Qual è quel tratto distintivo che ci rende migliori o peggiori di qualcuno?
Mark Kurzem, scrittore di Melbourne, ha deciso di incentrare il suo primo romanzo “Il bambino senza nome” sulla particolare storia di suo padre, olocaustoAlex Kurzem. Si tratta della biografia di un bambino ebreo che stava per essere fucilato dalle SS a soli 5 anni. “Puoi darmi un pezzo di pane prima di spararmi?” fu la frase che gli salvò la vita. Il generale ebbe così tanta compassione di lui da prenderlo con sé, nascondere a tutti il fatto che fosse circonciso e renderlo una piccola mascotte delle SS. Alex con gli occhi dell’innocenza si è ritrovato davanti spettacoli abominevoli che divennero a poco a poco la sua realtà: ora ad essere diverse sono le persone senza uniforme, il suo passato non esiste più.

Denis Avey era un prigioniero di guerra inglese e con indosso la sua divisa militare era costretto a qualche lavoro forzato, spesso accanto ai detenuti ebrei. La loro presenza, che a tratti ricordava un’assenza, incuriosì il suo occhio vigile che non si fermò all’apparenza, che ha voltato le spalle ai media, alle dicerie, alle false speranze.

olocaustoDenis Avey come in un romanzo pirandelliano tolse la sua uniforme e indossò il pigiama a righe dell’ebreo olandese Hans, grazie al quale potè introdursi ad Auschwitz. La sua testimonianza dell’Olocausto è trapelata sessant’anni dopo (solo dopo aver accettato e interiorizzato il trauma vissuto) aiutato dal giornalista della BBC Rob Broomby, nel romanzo “Auschwitz, ero il numero 220543″. Si tratta di una catabasi di una notte e due giorni, un breve viaggio che di sicuro non prometteva nessuna certezza di sopravvivenza.

“Davanti alle atrocità bisogna reagire, perchè anche l’indifferenza uccide” sono le sue parole.

Iniziò così quest’esperienza, in una realtà in cui a vivere sono solo incubi.

Qui conosce l’ebreo tedesco Ernest Lobethal, morto qualche anno fa in USA, dopo aver raccontato la sua storia in varie interviste. Grazie all’aiuto di Denis, Ernest ebbe dalle sorelle duecento pacchetti di sigarette (valuta per sfamarsi, per sopravvivere) e un paio di scarpe indossate dopo la disfatta nazista, quando la grande marcia tra i ghiacci ha risucchiato con sè scheletri già in fin di vita, con i loro pigiami a righe, quando ormai la tragedia dell’Olocausto era già compiuta.

“Oggi ho trovato un po’ di pace raccontando nelle scuole. Spiego che, per sopravvivere alla brutalità, bisogna pensare positivo. Agire. Perchè il male trionfi basta che i giusti non facciano niente.”

Ma succede, a volte, che i giusti trovino il coraggio di rimboccarsi le maniche.

Michael Stolowitzky era un bambino che apparteneva ad una famiglia particolarmente ricca e stabile. Ma erano ebrei di Varsavia e la loro realtà appare ora come un campo minato, in cui ogni singolo passo è un attentato alla loro vita.

La madre di Michael muore prematuramente dopo averlo legato per sempre alla sua balia cattolica, Gertruda, una donna amorevole, apprensiva, giusta. Saba la definirebbe una “mamma della gioia“, colei che col suo fare materno ha il compito di portarti in salvo dai mali del mondo.

Il romanzo “Come un figlio” di Ram Oren è quindi, una testimonianza di un lungo viaggio verso la salvezza, dai gradini di speranza e sogni per il futuro. Un futuro che sembra non esistere in un presente tormentato dalle SS, dall’arroganza umana, da una continua guerra contro l’innocente.

“Adesso tocca a me prendermi cura di te, e fare in modo che tu sia felice, nonostante le difficoltà che ci aspettano. Non ti dimenticherò mai.”

Scrive Micheal ormai adulto in una lettera per la sua Mamusha. Un coccio di luce e di candida innocenza, in un’oscurità dilagante.

Alessia Sicuro

CONDIVIDI
Articolo precedenteMemoriae, la Fondazione Valenzi per la Shoah
Articolo successivoAustralia Day: perché festeggiare un genocidio?
Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

NESSUN COMMENTO