Congo: lo sfruttamento nelle miniere di cobalto

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Dall’ultimo rapporto di Amnesty International e Afrewatch dal titolo “Questo è ciò per cui moriamo: Abusi dei diritti umani in Rdc alimentano il commercio globale di cobalto” è emerso che alcuni tra i principali marchi dell’elettronica  non attuano i dovuti controlli per verificare che il cobalto utilizzato nei loro prodotti (principalmente batterie al litio) venga estratto legalmente.

L’indagine ripercorre la strada che il cobalto compie dalle miniere del Congo, dove uomini e bambini al di sotto dei sette anni lavorano in condizioni disumane e insicure per la loro salute, fino alla sua lavorazione finale. Secondo quanto affermato dal Governo congolese circa il 20% del minerale proviene dalla regione del Katanga nella parte meridionale del paese e il numero di minatori coinvolti va dai 110 000 ai 150 000 di cui circa 40 000 minorenni.

Alcuni dei lavoratori intervistati hanno dichiarato di lavorare più di 12 ore al giorno guadagnando circa 1 o 2 dollari all’ora. Ecco quanto affermato da Paul, un ragazzo orfano di 14 anni che da anni lavora nelle miniere di cobalto: <<Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere>>.

Il processo di estrazione del cobalto avviene artigianalmente ossia scavando gallerie con dei semplici scalpelli o setacciando senza permesso i materiali di scarto delle miniere industriali. Le scarse misure di ventilazione e la forte esposizione a polveri nocive possono causare malattie quali asma e riduzione della funzione polmonare. Inoltre i crolli nelle gallerie sono comuni e causano la morte di centinaia di persone all’anno.

Il cobalto, una volta estratto, viene poi venduto ai commercianti locali i quali lo rivendono alle grandi multinazionali. La principale azienda coinvolta nel commercio è la Congo Dongfang Mining (CDM), una controllata del colosso minerario cinese Zhejiang Huayou Cobalt Ltd che ricava il 40% del minerale dalle miniere della RDC. Il passaggio finale è la vendita a fornitori di tecnologie del calibro di Apple, Microsoft, Samsung, Sony, Daimler e Volkswagen. Tra le 16 ditte (Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE) che si che si riforniscono da Huayou Cobalt contattate da Amnesty solo 4 hanno confermato di essere a conoscenza di tutto ciò, mentre le altre hanno negato o dichiarato di non avere prove.

«Milioni di persone godono i benefici delle nuove tecnologie, ma raramente si chiedono come sono prodotte. È ora che i grandi marchi si prendano una parte delle responsabilità per l’estrazione delle materie prime che compongono i loro prodotti – ha dichiarato Mark Dummett ricercatore di Amnesty per l’area imprese e diritti umani – Le aziende non dovrebbero boicottare la produzione mineraria della Rdc, ma attuare la cosiddetta “due diligence”, ossia fare un approfondimento meticoloso sui loro fornitori diretti e non, imponendo il rispetto dei diritti umani. La Rdc dovrebbe regolarizzare le aree minerarie non autorizzate e far rispettare le norme sul lavoro, specialmente quello minorile. Infine, gli stati di residenza fiscale delle grandi multinazionali e il mercato globale, che dovrebbero varare norme congiunte per obbligare le aziende alla trasparenza sulle loro catene di approvvigionamento>>. Ciò che manca, oltre all’etica, è la volontà.

Vincenzo Nicoletti

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