Maldive: tra sole e spiagge spunta l’ISIS

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Maldive

“Come vorrei starmene sdraiato su una spiaggia alle Maldive!”. Sogno ricorrente dell’italiano medio, il piccolo Stato insulare nell’Oceano Indiano è generalmente conosciuto anche nel resto del mondo per i bianchi lidi e i resort più o meno di lusso.

Oggi però le Maldive acquistano rinnovata ma sicuramente meno festosa popolarità grazie ad un intricato caso giudiziario che assume sempre più le dimensioni di un affare internazionale, coinvolgendo l’ONU, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna (a maggior ragione perché le Maldive sono membro del Commonwealth), l’immancabile ISIS e potenzialmente persino l’Italia. Vediamo perché.

Tutto comincia nel 2012, quando un colpo di Stato, orchestrato da alcuni esponenti della polizia e dell’esercito maldiviano, depone il Presidente democraticamente eletto, Mohammed Nasheed, leader di una coalizione politica eterogenea e con impostazione laica in un Paese di circa 300.000 abitanti al 100% musulmani: i golpisti gli imputano di aver fatto arrestare illegittimamente il Capo della Corte Penale, ordinandone la detenzione in una prigione militare. Dopo alcuni mesi di caos, nel 2013 le nuove elezioni consentono all’ex vicepresidente Yameen di diventare il nuovo Capo dello Stato; successivamente, viene intrapreso un processo contro Nasheed, che nel marzo del 2015 viene condannato a 13 anni di carcere per terrorismo. L’ex presidente viene subito imprigionato, nonostante la proposizione di un appello (poi rigettato) e la contestazione, da parte dei suoi avvocati, della regolarità delle procedure che hanno determinato la condanna: questa avrebbe avuto precisi fini politici, ovvero escludere Nasheed dalla corsa elettorale del 2018.

La vicenda comincia ad attirare l’attenzione dei governi occidentali, quella di alcune ONG e, infine, quella dell’ONU: oltre al Segretario di Stato americano Kerry, anche le Nazioni Unite definiscono il processo “ingiusto”, incompatibile con la corretta esplicazione del diritto di difesa. Un team di avvocati esperti di diritti umani con base nel Regno Unito si interessa al caso: tra questi c’è Amal Clooney, moglie dell’attore George, che si offre di difendere gratuitamente Nasheed, cominciando una campagna legale e mediatica per suscitare una risoluzione ONU che ottenga il rilascio immediato del suo assistito. Sulle prime, il governo Yameed sembra cedere alle pressioni, perché Nasheed viene posto agli arresti domiciliari nel giugno 2015.

La pressione internazionale sul governo di Male aumenta anche su un altro fronte: Yameed, alla guida di un partito di ispirazione islamica, sta imponendo sin dal 2014 una svolta islamista nell’arcipelago, promulgando tra l’altro un’importante riforma del codice penale che vi introduce la Sharia, la legge coranica, e le sue pene ormai tristemente note, come il taglio delle mani, la lapidazione e la fustigazione in pubblica piazza, applicate specialmente nei confronti delle donne. Reintroduce pure la pena di morte, abolita da 60 anni, stabilendo che possano esservi condannati anche i bambini dai 7 anni in su, con esecuzione a partire dai 18. Il tentativo del governo di aumentare il controllo sulla popolazione attraverso la radicalizzazione religiosa dello Stato è evidente.

Come accade ormai spesso quando le Nazioni musulmane vanno incontro a derive politiche e sociali di questo tipo, l’ISIS fiuta subito l’affare. Il Califfato intraprende un’intensa attività di proselitismo, reclutando foreign fighters nell’indifferenza, se non con la compiacenza, del governo Yameed. In un’intervista della fine del 2014, Nasheed aveva già avvertito che Daesh stava allungando i suoi tentacoli sul Paese, foraggiandosi riciclando denaro nei resort turistici: in pratica, secondo l’ex presidente, gli stessi turisti occidentali (tra cui gli italiani rappresentano una fetta molto consistente) stipendiano i jihadisti delle Maldive. Il risultato è che, con 200 combattenti in Iraq e Siria, l’arcipelago è diventato lo Stato al mondo con più foreign fighters pro capite.

Uno dei motivi per cui Nasheed oggi sta ricevendo pieno supporto dalle istituzioni occidentali e dalle organizzazioni internazionali, dunque, va ricercato anche e soprattutto nell’urgenza di riconquistare le Maldive dalle mani degli islamisti. Tutti gli attori politici internazionali hanno così manifestato il proprio supporto nei confronti del pool di avvocati di Nasheed, a maggior ragione quando l’ex presidente è stato di nuovo incarcerato a settembre.

La domanda sorge spontanea a questo punto: Nasheed è colpevole o no? Secondo lo studio legale che assiste il governo maldiviano, l’Omnia Strategy di Londra, di cui è socia nientemeno che Cherie Blair, moglie dell’ex premier britannico, direttamente impegnata nel processo, Nasheed sarebbe effettivamente colpevole di aver dato l’ordine di arresto ingiustificato del giudice della Corte Penale nel 2012; in alcune interviste, sostiene l’accusa, l’avrebbe persino ammesso. Quello che resta realmente in discussione, così, non sarebbe tanto il merito delle accuse, ma piuttosto le procedure giudiziarie adottate, che avrebbero violato il diritto di difesa. Il cavallo di battaglia di Amal Clooney è proprio questo: il processo a Nasheed è stato sommario, l’ha detto anche l’ONU, e l’arresto e la carcerazione dell’ex presidente hanno violato palesemente i diritti umani.

Il 2016 si è aperto con due fatti importanti: Yameen è scampato ad un attentato di cui è stato sospettato di essere tra i mandanti il nuovo vicepresidente, subito arrestato; Nasheed ha invece ricevuto dal governo il permesso di farsi curare in Gran Bretagna per non più di 30 giorni, venendo scarcerato. Volato a Londra, ha incontrato parecchi amici, tra cui il premier Cameron, e presenziato a diversi eventi in compagnia dell’avvocato Clooney, nel corso dei quali ha perorato la propria causa e ha affermato di non essere certo di voler tornare alle Maldive allo scadere dei 30 giorni. Sempre in compagnia della sua legale, ha rilasciato un’intervista a Repubblica, sollecitando l’Italia a boicottare il turismo nel suo Paese, per fare pressione sul governo e ottenere da questo maggiore ragionevolezza nell’affrontare il suo stesso caso e la crisi politica e sociale che scuote l’arcipelago.

Non c’è dubbio, ultimamente la sabbia bianca delle Maldive è diventata bollente per parecchi.

Ludovico Maremonti

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