Venezuela, tra disastro economico e crisi politica

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Chissà cosa penserebbe Hugo Chávez del modo in cui Nicolás Maduro, ex autista di autobus, ex sindacalista, ex delfino del compianto leader e ora Presidente del Venezuela, sta gestendo uno dei momenti di crisi peggiori della storia del Paese, a livello politico, ma soprattutto economico.

Il fallito tentativo, lo scorso 22 gennaio, di ottenere l’approvazione da parte del Parlamento del Decreto di Emergenza Economica, emanato dallo stesso Presidente la settimana prima, rappresenta l’ultima sconfitta politica di Maduro: la maggioranza dell’Asamblea Nacional, dal 6 dicembre in mano all’opposizione di destra, ne mette ormai sempre più in discussione il mandato. Destino gramo, quello dell’attuale Presidente, per il quale risulta anche un po’ autolesionista insistere nella costante glorificazione del Defunto con l’appellativo di Gigante Invicto, il leader che non ha mai perso. Di imponente, in comune col Comandante, Maduro avrà il girovita, ma non certo il carisma o la capacità di persuasione. Non a caso lui, a differenza di Chávez, perde.

È il 15 gennaio quando Maduro annuncia di aver promulgato un decreto dichiarante lo “Stato di Emergenza Economica”, in conformità (dice lui) con le disposizioni della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela; questa consente all’esecutivo una simile misura nel momento in cui il Paese si trovi a fronteggiare circostanze economiche straordinarie, pericolose per il benessere della Nazione. Almeno sul fatto che il Venezuela stia vivendo un momento storico del genere, nessuno ha dubbi: secondo gli ultimi dati, pubblicati in un’informativa del Banco Central del Venezuela, a ottobre l’inflazione ha toccato un picco del 141,5% su base annua, mentre il PIL è sceso del 7,1% nell’ultimo trimestre dell’anno. Il Venezuela sconta il peccato originale di un’economia storicamente impostata esclusivamente sui profitti dell’estrazione del petrolio: questo fattore ha penalizzato la produzione di beni di prima necessità e finanche degli alimenti basilari, incoraggiando un ricorso massiccio ad importazioni dall’estero che, oggi, il Paese non può più permettersi di pagare. Ecco spiegate le code ai supermercati per accaparrarsi le poche merci, disponibili ormai a peso d’oro per l’inflazione alle stelle. L’alternativa, per chi se lo può permettere, è la borsa nera.

La condizione economica del Venezuela somiglia a quella di un Paese in guerra: il problema però è che l’unico conflitto – contro il capitalismo, gli Stati Uniti e i loro alleati, i “poteri forti” cui sarebbe asservita l’opposizione interna – che impegna Caracas sopravvive ormai solo nella stanca retorica del suo Presidente e degli altri esponenti del Partito Socialista Unito. Il mito chavista del “Venezuela contro il mondo” denuncia crepe evidenti nel consenso popolare rimasto solido per 15 anni e la vittoria delle destre alle parlamentari del 6 dicembre lo testimonia.

Secondo le previsioni costituzionali, il Parlamento avrebbe dovuto approvare entro una settimana il decreto presidenziale, allo scopo di confermarne validità ed efficacia; inoltre, nello stesso termine, il Tribunal Supremo de Justicia avrebbe dovuto esprimersi sulla legittimità costituzionale del provvedimento. Ora, se sulla dichiarazione di quest’ultima, pervenuta in effetti il 20 gennaio, non sussistevano particolari dubbi (la maggioranza dei giudici costituzionali è di orientamento chavista), il voto favorevole dell’Asamblea è stato da subito in discussione: la nuova maggioranza si era immediatamente dimostrata ostile al decreto, la cui approvazione avrebbe consentito a Maduro di sfruttare poteri speciali per 60 giorni, da utilizzare per promuovere misure contro la crisi economica. La concessione fatta al Presidente appariva inaccettabile anche e soprattutto alla luce del fatto che Maduro aveva già goduto di attribuzioni simili fino al 31 dicembre 2015, in virtù di una Ley Habilitante approvata dal Parlamento uscente, che gli aveva garantito di legiferare autonomamente, sempre per decreto.

Il contenuto stesso del provvedimento, poi, non aveva convinto le destre e in particolare il loro leader, il neo presidente del Parlamento Ramos Allup, poiché le soluzioni proposte, tra cui la riduzione della dipendenza dal petrolio, la diversificazione dell’economia produttiva e l’adozione di nuove misure per la gestione pubblica dei prezzi e delle importazioni di beni e servizi, erano state considerate inidonee a risolvere strutturalmente i mali dell’economia venezuelana. Le ricette dell’opposizione sono altre: la circolazione di beni e servizi va liberalizzata, la spesa pubblica controllata e va combattuta la corruzione, incoraggiata dalla gestione totalizzante dell’economia e della finanza nazionali da parte dello Stato.

Un dialogo politico più fittizio che reale è stato intavolato durante la frenetica settimana di avvicinamento al voto parlamentare: Maduro ha spesso richiamato ad un atteggiamento collaborativo l’opposizione, ribadendo la centralità del ruolo dell’Asamblea e invitandola a pensare al bene del Paese. Dal canto suo, Allup, in posizione di forza, ha specificato l’intenzione di collaborare alla dialogo sul decreto solo a patto di ottenere via libera su un disegno di legge per la concessione di un’amnistia a favore di 76 detenuti politici: tra questi, c’è Leopoldo López, figura di spicco della destra, recentemente condannato. Il governo, nel tentativo di intimidire gli avversari, ha quindi approntato una controffensiva, diffondendo intercettazioni che proverebbero la falsità delle accuse di violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti politici e di López in particolare, imputate dall’opposizione all’esecutivo.

Lo scambio di reciproche cortesie è proseguito in occasione della riunione della Commissione parlamentare appositamente costituita per discutere dei contenuti del decreto: i rappresentanti del governo non hanno presenziato ai lavori dell’organismo, in segno di protesta contro le dichiarazioni di Allup, secondo cui i membri dell’esecutivo avrebbero imposto la riunione  a porte chiuse per tenere nascosti al popolo dati economici fondamentali.

Non sorprende che alla fine, venerdì 22, l’Asamblea abbia bocciato il decreto, con 107 voti contro 53. chavisti hanno subito denunciato l’asservimento delle destre ad interessi imprenditoriali occulti e neoliberisti, che si celerebbero dietro il no al provvedimento, mentre Maduro ha affermato che il Parlamento ha voltato le spalle al Paese. L’opposizione ha ribattuto che il decreto è stato rifiutato perché inconsistente, distante dagli interventi realmente necessari.

Che sarà, ora, del Venezuela? Senza i suoi nuovi poteri speciali, Maduro dovrà inventarsi qualcosa con quello che ha: in questi giorni ha dato impulso ad una serie di nuove iniziative in campo interno e internazionale, che spaziano dall’aumento della produzione di gas naturale per ridurre la dipendenza dalla rendita petrolifera, alla creazione di nuovi sistemi (sempre centralizzati) che incidano sulla produzione di beni primari, per risolvere la crisi alimentare. In campo internazionale, si cercano nuove alleanze e nuovi compratori per gli idrocarburi, tentando di battersi in seno all’OPEC per la fissazione di un prezzo di equilibrio del greggio che metta al riparo il Venezuela dalle oscillazioni determinate dai volubili Paesi arabi.

Maduro sa che, finché sarà al potere, la resurrezione economica del Venezuela e quella politica propria non potranno passare per compromessi impossibili con un’opposizione che attende solo di celebrare il suo funerale politico. Se non altro, la vicenda della mancata approvazione del decreto certifica il successo dei meccanismi costituzionali che sovrintendono al bilanciamento dei poteri tra esecutivo e legislativo: almeno l’impalcatura dello Stato concepita dalla Costituzione di Chávez si conferma solida, smentendo tanti osservatori internazionali, a priori scettici sulla capacità democratica della Repubblica Bolivariana. Il problema di Maduro è, ora, tentare di non farsi seppellire politicamente sotto il peso di queste stesse garanzie fondamentali, per non aggiungere anche la voce “Presidente” alla sua lunga lista di “ex”.

Ludovico Maremonti

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