Contadini indiani uccisi dalla privatizzazione

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TOPSHOTS Indian labourers carry cow dung cakes over their heads in Allahabad on November 25, 2013. Dried cow dung is used as a fuel for cooking in rural and agricultural areas of India. AFP PHOTO/ SANJAY KANOJIASanjay Kanojia/AFP/Getty Images ORG XMIT: 276

Da uno studio della London School of Economics si evince che dal 1995 al 2012 si sono suicidati in India circa 285 mila agricoltori, negli ultimi 20 anni oltre 300 mila, un numero che ha del clamoroso e che ha fatto sì che si accentrasse l’attenzione di media e istituzioni verso questa poco tutelata categoria di lavoratori.
Va detto che l’India ha una popolazione circa 20 volte superiore a quella italiana, ovvero conta più di 1 miliardo e 200 milioni di abitanti, ed è bene specificare anche che il mestiere dell’agricoltore è di per sé uno dei più rischiosi al mondo, soprattutto in un paese in via di sviluppo. Ciò non sminuisce un dramma di dimensioni comunque considerevoli, ma aiuta di certo a non destare allarmismi fuori luogo.

C’è chi ad esempio, a proposito di allarmismi sconsiderati, ha pensato bene di cogliere tali cifre al balzo e strumentalizzarle per la propria campagna contro il cotone Bt, una varietà geneticamente modificata, oggi coltivata dalla stragrande maggioranza dei contadini indiani perché più resistente all’attacco dei parassiti.
Associazioni come quella dell’attivista Vandana Shiva da anni si battono affinché le colture indiane vengano liberate dagli ogm, e utilizzano i suicidi dei contadini come simbolo dell’atroce costrizione intensiva per destare compassione nell’opinione pubblica.

Ma i contadini indiani non si suicidano affatto per l’introduzione del cotone Bt, e ciò può essere accertato dando anche solo una rapida occhiata ai dati riportati sia dalla ricerca sopracitata della London School of Economics sia da numerose altre: il numero di suicidi cresce già negli anni antecedenti all’introduzione del cotone Bt nel 2002, raggiunge il suo picco quando il suddetto cotone era utilizzato dal solo 5% dei contadini indiani e scende (modestamente) negli anni successivi, in cui la varietà ogm è stata via via sempre più utilizzata.
Questa non vuole essere una difesa spudorata delle multinazionali che hanno imposto questo nuovo prodotto, ma un invito a ricercare con maggiore sincerità le cause di questa problematica struggente.
Appunto, le cause. Quali sono? Rifuggendo da considerazioni semplicistiche, bisogna capire che fenomeni di tale portata hanno un alto grado di complessità, ovvero hanno numerose e contemporanee cause, e queste al momento non sono state ancora definite con certezza.
Di certo però va innanzitutto chiarito che le vittime di questo nefasto trend non sono solo i coltivatori di cotone, ma anche lavoratori specializzati in altre colture (numerosi studi sul problema fanno riferimento a coltivazioni di pomodori, piselli, girasoli… etc.), e che l’origine dei fallimenti economici che portano poi al suicidio vanno ricercati oltre che nella qualità del prodotto anche nel metodo di acquisto di semi, pesticidi e fertilizzanti.

In Farmers’ suicide: missing issues, un articolo del maggio 1998, vengono ad esempio evidenziate due situazioni critiche dell’agricoltura indiana: l’inadeguatezza della rete di irrigazione e l’indebitamento dei contadini verso soggetti privati che hanno sostituito il credito pubblico.
La privatizzazione del settore agricolo indiano ha stravolto la vita dei contadini indiani: oggi questi si rivolgono a privati per comprare il necessario per la coltivazione, con tassi d’interesse ovviamente più alti rispetto al passato, e le coltivazioni stesse hanno cambiato finalità in un mercato sempre più globale.

Vengono coltivati prodotti commerciali, che promettono profitti maggiori rispetto alle precedenti coltivazioni di cibo, ma che comportano anche rischi dei quali spesso i contadini non sono a conoscenza.

In generale gli addetti ai lavori sono meno informati rispetto al passato, quando l’informazione era la tradizione: oggi sul mercato ci sono un numero prima inimmaginabile di varietà di semi, e gran parte dei contadini non sa nemmeno quali siano i più adatti al proprio terreno. Un deficit informativo reso ancora più consistente dai metodi pubblicitari avanzati delle nuove aziende private produttrici di sementi, venditrici quindi di semi che non rendono quanto desiderato.

Dal prossimo aprile dovrebbe diventare effettivo una sorta di “scudo anti-suicidi”, promosso dal presidente indiano Narenda Modi: un fondo che dovrebbe coprire a dire il vero solamente le perdite causate da danni di origine naturale.
Ben poco se si considera che il problema, come visto in precedenza, è più complesso di quanto possa sembrare e che le cause di questo sono da ricercarsi soprattutto nel nuovo tipo di mercato agricolo indiano. L’intervento presidenziale sembra dunque finalizzato al conseguimento di consenso, che, come ha fatto notare il Guardian, da qualche tempo scarseggia proprio nelle zone rurali del paese.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

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