Guerra in Siria: storia di un conflitto che coinvolge il mondo

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Sono ormai cinque gli anni trascorsi dello scoppio della guerra in Siria, che dal 2011 ad oggi ha provocato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, fuggiti in massa dalla loro terra con la speranza di giungere in un posto migliore. Sì, perché dal giorno in cui il conflitto è iniziato la Siria è diventata un luogo sempre più pericoloso dove vivere, e questo spiega perché il numero di coloro che hanno voluto lasciare il paese è in costante aumento.

In un simile contesto, può essere interessante farsi delle domande sulla genesi di una guerra che è diventata di estrema importanza strategica per l’equilibrio geopolitico mondiale.

I primi atti di protesta contro il regime di Bashar al-Assad nacquero sulla scia delle rivolte che, in quegli anni, infiammarono i popoli di Tunisia, Libia, Egitto – solo per citarne alcuni – nell’ambito di quella che venne definita Primavera Araba.

In Siria, però, non furono soltanto i civili ad agire e organizzarsi contro il presidente, ma anche gli ufficiali e i soldati una volta fedeli ad Assad, unitisi in seguito all’Esercito Siriano Libero (ESL, o in inglese FSA, Free Syrian Army), un nucleo armato di ribelli, sostenuto principalmente – ma non solamente – dalla Turchia, che ben presto ottenne importanti successi militari contro il regime di Damasco.

Fu in quel momento che la guerra in Siria avrebbe potuto conseguire una vera e propria svolta in positivo per i ribelli, ma la crescente importanza della posta in palio, unita ai primi contrasti interni fra gli stessi insorti – animati da diversi interessi, anche religiosi – provocarono una sorta di frattura interna, che cominciò a rendere l’ESL inviso persino alla popolazione, stufa della dittatura di Assad e per questo, all’inizio, simpatizzante dei ribelli.

Quel clima di confusione costituì il terreno più fertile per le ingerenze delle potenze straniere che intendevano approfittare della situazione: da una parte, la Turchia e l’Arabia Saudita, dall’altra, al fianco di Assad, l’Iran e l’Hezbollah libanese. Tali schieramenti possedevano un’estrema valenza simbolica: in quel momento, infatti, si stavano fronteggiando in Siria i due grandi contendenti l’egemonia sul Medio Oriente: i sauditi e l’Iran.

Senza contare il ruolo della Turchia, prima al fianco degli insorti – con la speranza, un domani, di avere un ruolo di prim’ordine nella regione – e successivamente, con l’ascesa dei gruppi curdi fra i ribelli, in posizione diametralmente opposta, nel timore che il nuovo stato siriano potesse nascere all’insegna dei nemici storici di Ankara.

Nel corso degli anni, il conflitto geopolitico ha cambiato continuamente i suoi attori protagonisti, e, di conseguenza, gli interessi in gioco hanno continuato a frammentarsi, ospitando nuovi interlocutori, fra cui la Russia di Putin e gli Stati Uniti di Obama, i primi ad apparente sostegno del presidente eletto, i secondi al fianco dei ribelli, con l’obiettivo neanche troppo nascosto di svolgere un ruolo da protagonista nella ricostruzione della nuova classe dirigente siriana.

In un tale guazzabuglio, sommariamente descritto nell’articolo, l’ascesa dello Stato Islamico ha avuto il merito – l’unico, probabilmente – di aver ricompattato gli interessi in gioco in un unico, grande obiettivo: la lotta al terrorismo internazionale.

Fra gli acerrimi nemici dell’Isis, com’è noto, si trovano i musulmani “moderati”, colpevoli di non voler abbracciare la dottrina salafita. D’altra parte, anche l’Occidente combatte lo stesso nemico. Pertanto, oggi, la guerra in Siria non è più l’ESL contro Bashar al-Assad, ma l’intera comunità internazionale contro lo Stato Islamico, in un campo di battaglia globale dove tutti sono tornati “amici”, ma rimangono molto cauti e fondamentalmente diffidenti l’uno con l’altro, in attesa di comprendere il destino dei futuri equilibri geopolitici.

È proprio qui che termina la nostra disamina, nella difficoltà, anche per noi, di comprendere cosa succederà nel prossimo futuro.

Di certo c’è che adesso, con l’aumento dei nemici della comunità internazionale in territorio siriano – leggasi: con l’entrata in gioco dell’Isis – l’egemonia di Assad potrebbe durare ancora a lungo, perché contro un nemico così potente come i terroristi è necessaria la forza politica e militare di un presidente eletto.

Tutto il resto – Turchia, Russia, Iran e Stati Uniti – sono tessere di un puzzle in cui a nessuno conviene scoprirsi troppo. Chi ci guadagna, nel breve periodo, è, come detto, Assad.

Nel lungo, fare qualsiasi tipo di previsione potrebbe rivelarsi del tutto fuorviante e azzardato.

Carlo Rombolà

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