The Hateful Eight: il nuovo western di Tarantino

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the hateful eight

The Hateful Eight, gli odiosi otto, sono i protagonisti della pellicola che uscirà nelle sale il 4 febbraio. Otto persone bloccate sotto lo stesso tetto a causa di una tormenta di neve. Tra questi ci sono due cacciatori di taglie, il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e John Ruth (Kurt Russell), con quest’ultimo che ha un unico scopo: portare la fuori legge Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) a Red Rock e riscuotere la taglia di 10.000 dollari. Ma la bufera e una serie di incontri inaspettati renderanno difficile l’impresa.

Dopo Djando Unchained, Quentin Tarantino ritorna alla grande con un western epico e maestoso, diviso in cinque capitoli, con tanto di ouverture di 5 minuti (nella versione 70mm), di intermezzo e racconto in voice over dello stesso regista. Tarantino torna al genere a lui più caro, segnando una nuova collaborazione con il maestro Ennio Morricone, che qui ha composto l’intera colonna sonora (e con il quale è nominato all’Oscar). Del resto, ormai è risaputo il suo amore incondizionato per gli spaghetti western e per il compositore premio Oscar. Ma per il suo ottavo film, il regista ha voluto puntare ancora più in alto, decidendo di sfruttare la potenzialità dei mitici 70mm (formato costosissimo ormai in disuso, utilizzato in film come Via col vento e Lawrence D’Arabia) per realizzare un film in vecchio stile ancora più epico. Non bisogna dimenticare che Tarantino è prima di tutto un appassionato cinefilo, che rifugge il digitale e lo streaming come fossero la peste nera. In questo senso e non solo, The Hateful Eight é tarantiniano allo stato puro. Il regista mischia e mette insieme la sua cultura di cinefilo e il cinema che ama, costruendo un western da camera, che è anche un horror, con scene splatter, dialoghi irriverenti, personaggi forti e donne di carattere in una storia dilatata fino all’estremo – si arriva alle 2 ore e 50 minuti nella versione standard e 3 ore e 10 minuti nella versione 70mm – girata in Ultra Panavision 70, formato che venne usato per l’ultima volta nel 1966.

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Il film inizia con un lento movimento di macchina che passa da un paesaggio statico innevato al volto di Cristo in croce, in contemporanea parte lenta anche la colonna sonora in un crescendo drammatico e misterioso – ma che, esclusa l’intro, nel complesso si può considerare sorprendentemente scialba – introducendo subito lo spettatore in un clima di grande tensione e suspense, propria dei migliori thriller. Nonostante la divisione in cinque capitoli, o se volete cinque atti di questo dramma tarantiniano, The Hateful Eigth si divide nettamente in due parti. La prima eccessivamente e fin troppo lenta, in cui la parola e i dialoghi tra i personaggi ricoprono un ruolo fondamentale, la seconda invece più avvincente e appassionante in cui l’azione, con la resa dei conti e lo smascheramento totale degli odiosi otto, la fa da padrona. Lo spettatore si ritrova divertito, spiazzato, e ancora sorpreso dagli intrighi svelati, dalla intensa carneficina e dai continui colpi di scena che si susseguono. Una calma estremamente piatta insomma, che precede una furiosa tempesta, tra pallottole volanti, braccia mozzate e teste che esplodono, che ha inizio con i sospetti del Magg. Warren e il segreto di Daisy, la sola donna in catene, tra sette uomini armati, che si scoprirà avere un ruolo cruciale nella storia. Perché nonostante venga brutalizzata, picchiata, subendo ogni tipi di angheria dal suo carcerario, è proprio il suo personaggio che porterà a un totale ribaltamento della situazione, sfociando nel caos più totale e nel consueto bagno di sangue, immancabile nel cinema tarantiniano. Il cast è ottimo, da Samuel L. Jackson a Kurt Russell, a Tim Roth, ma a spiccare è soprattutto lei, Jennifer Jason Leigh, perfetta bandita dalla lingua pungente e dalla risata tonante, il cui personaggio le ha anche fruttato una nomination ai Golden Globe e agli Oscar.

Con questo ottavo film, Quentin Tarantino, lui che invece è stato snobbato dall’Academy, dimostra ancora una volta le sue grandi doti di sceneggiatore e regista, usando la macchina da presa come fosse un bisturi e continuando a riproporre il suo linguaggio e stile inconfondibile, in un film – malgrado qualche pecca – di altissimo livello. Tarantino potrà anche essere anche additato come regista ripetitivo e in questo caso follemente prolisso, ma è proprio grazie al suo continuo attingere dal cinema che più ama, mescolando i generi più disparati, che riesce di nuovo, nonostante tutto, a sorprenderti e conquistarti come fosse la prima volta.

Manuela Stacca

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