Haiti, l’azzardo geopolitico dietro il caos elezioni

1
139
haiti

Cosa c’entra la catastrofe politica che sta vivendo in questi mesi Haiti con le primarie USA?

Secondo alcuni osservatori, il caos che ormai da ottobre regna sovrano nel Paese più povero dell’emisfero occidentale rischierebbe di condizionare la scelta del candidato democratico alla Casa Bianca, senza contare che potrebbe avere ripercussioni geopolitiche non secondarie in tutto il continente, riscrivendo equilibri e rapporti di forza tra blocchi d’influenza contrapposti.

Il 25 ottobre scorso ad Haiti, oltre che per il rinnovo del Parlamento bicamerale, si è votato per le elezioni presidenziali. Da una rosa di 54 candidati originari risultò che due, Jovenel Moïse, delfino del Presidente uscente Martelly, e Jude Célestin, candidato dell’opposizione ed ex alto funzionario dello Stato, rispettivamente col 32,8% e il 25% delle preferenze, si sarebbero sfidati al secondo turno (le elezioni, così come la forma di governo semipresidenziale, ad Haiti ricalcano il modello francese). Un simile risultato è sembrato però immediatamente sospetto: troppe cose sembravano essere andate storte durante le consultazioni, dall’inchiostro per prendere le impronte digitali dei votanti che non si trovava, alle firme mancanti in sede di registrazione del voto, fino all’abnorme accreditamento ai seggi di 900.000 (!) persone, reclutate dai partiti in lizza per controllare le operazioni di voto. Célestin, spalleggiato da altri 7 candidati, contestando immediatamente il risultato, lamentando brogli e frodi elettorali e denunciando che solo l’8% dei voti potesse essere considerato regolare, si ritirò dalla corsa per il secondo turno elettorale. La cosa per la verità non scalfì particolarmente Moïse, che annunciò di voler correre da solo: tuttavia il Consiglio Elettorale Provvisorio, l’organo che si occupava di assicurare la regolarità delle operazioni di voto, in seguito alle polemiche sollevate dall’opposizione dichiarò la data originariamente fissata per la consultazione, il 27 dicembre, impossibile da rispettare, posticipandola al 17 gennaio. Successivamente, sulla base di prime rivelazioni sulla effettiva poca trasparenza dei meccanismi elettorali attuati ad ottobre, il CPE rinviò il voto al 24 gennaio. Nel frattempo, sia USA che ONU manifestavano preoccupazione per la crisi: le Nazioni Unite in particolare si pronunciavano a favore di un eventuale governo di transizione, considerato anche che una proroga del mandato del Presidente Martelly oltre il 7 febbraio sarebbe stata a tutti gli effetti un’ipotesi incostituzionale.

Da gennaio, forti proteste di piazza dell’opposizione hanno agitato Haiti: si è trattato, per la verità, di eventi riguardanti la capitale Port-au-Prince piuttosto che le campagne, in cui una popolazione poverissima, ancora prostrata dalle conseguenze del terremoto del 2010, sente il Governo lontano dalle sue necessità. Nell’entroterra di Haiti manca tutto, dall’elettricità all’acqua corrente, finanche le medicine contro il colera che si manifestò minaccioso dopo il sisma, a causa delle precarie condizioni igienico sanitarie che ancora oggi sono purtroppo ordinarie. Martelly, che di promesse, dalla sua elezione immediatamente dopo il terremoto del 2010, ne ha fatte tante e mantenute quasi nessuna, si è reso protagonista di un’amministrazione scadente e corrotta, che ha bruciato gran parte dei milioni di dollari di aiuti arrivati da tutto il mondo dopo il sisma. Nell’indifferenza generale, ha lasciato scadere il mandato dei parlamentari (sia della Camera che di due terzi del Senato) nel gennaio 2015, governando da allora per decreto e senza mai indire elezioni legislative prima di ottobre. E meno male, affermò tempo fa l’opposizione, perché avrebbe truccato pure quelle.

A causa di disordini (blocchi stradali, tentativi di assaltare e incendiare scuole ed uffici elettorali da parte di uomini mascherati) scoppiati nella capitale il 22 gennaio scorso, il Presidente del CEP ha deciso infine di annullare la consultazione del 24, rinviandola a data da destinarsi; dopo l’annuncio, le violenze sono ulteriormente degenerate, con spari e lanci di pietre contro edifici nei quartieri residenziali dell’alta borghesia, colpevole di una posizione tradizionalmente ambigua nei confronti di Martelly. È di pochi giorni fa la notizia che almeno 4 membri del CEP si sono dimessi e che uno è accusato di corruzione: l’organo, dopo aver rinviato sine die la consultazione, si arrende allo sfacelo istituzionale complessivo. Martelly, noncurante delle manifestazioni di piazza che chiedono insistentemente le sue dimissioni, ha annunciato che, pur di non lasciare il Paese nel caos, non abbandonerà il suo posto il 7 febbraio, dichiarando così apertamente di voler violare la Costituzione.

Nel marasma haitiano sguazza, come anticipato all’inizio, il gioco geopolitico. Gli USA, per ora fondamentalmente non sapendo cosa fare, esercitano pressioni un po’ su tutti: hanno disapprovato la decisione del CEP di rinviare a data da destinarsi il secondo turno elettorale e sollecitato una presa di posizione da parte dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’organismo internazionale più antico d’America, che dagli anni sessanta  si occupa degli affari latinoamericani dalla sua sede di Washington, per conto (malignano da anni Venezuela, Bolivia, Ecuador e le altre “teste calde” del continente) del Governo di Washington. Una risoluzione dell’OSA ha stabilito giorni fa, su insistenza di Martelly che occasionalmente si traveste da saggio statista, l’invio di una missione diplomatica (iniziata ieri) ad Haiti, con l’obiettivo di proporre la formazione di un governo di transizione di unità nazionale. Tra parentesi, neanche il tempo di arrivare, per gli inviati dell’OSA, che si è misteriosamente dimesso il Primo Ministro haitiano. Non va comunque dimenticato che ad ottobre, commentando i risultati elettorali, USA e OSA (e, secondo alcune fonti haitiane, anche l’UE) hanno inizialmente spinto affinché fosse ritenuta legale la consultazione.

Tanto impegno per la crisi politica haitiana dimostra che gli Stati Uniti oggi hanno fretta di mettere un punto a questa vicenda. Washington ha fatto della stabilità politica di Haiti un punto fondamentale della politica estera, sin dall’immediato dopo sisma del 2010. Martelly fu spalleggiato dall’amministrazione Obama e in particolare da Hilary Clinton prima e dopo l’elezione di 6 anni fa: secondo un’interessante inchiesta di Al Jazeera America, corredata da una corposa documentazione, il Governo americano avrebbe incaricato un soggetto privato, la Chemonics, società con scopo di lucro, di foraggiare la campagna elettorale di alcuni partiti haitiani, nell’ambito del programma USAID (United States Agency for International Developement). Dai documenti risulta che tale USAID (fondata nel 2003 dall’amministrazione Bush) si occupa di “sostenere la democrazia” nei Paesi in cui ce n’è bisogno, finanziando indirettamente i partiti più votati (per garantire la stabilità politica dopo le elezioni), secondo “criteri trasparenti”; insomma, nel 2010 la Chemonics elargì grosse somme al Mouvement Tét Kale – MTK di Martelly, che poi vinse le elezioni con ampio margine, col placet degli osservatori dell’OSA. Ecco perché in particolare la Clinton, Segretario di Stato USA nel 2010, non può permettere che, in tempi di primarie, l’opinione pubblica americana si accorga che Martelly, la cui elezione è stata finanziata coi soldi dei contribuenti, si sia rivelato un truffatore, un corrotto e pure dittatore. L’amministrazione Obama punterebbe così a risolvere pacificamente la crisi di Haiti prima che le primarie democratiche entrino nel vivo.

Ultima nota: se Atene piange, forse stavolta Sparta ride. La IV Conferenza della CELAC, organizzazione internazionale latinoamericana promossa principalmente dai Paesi non allineati agli USA, fiutata la possibilità di destabilizzare l’influenza nordamericana nelle Antille, ha stabilito l’invio di una sua missione diplomatica, assecondando pressioni del Governo haitiano. Martelly ha evidentemente deciso di giocare la sua partita su più fronti, attendendo “la migliore offerta” politica che gli proverrà da uno dei due “blocchi” d’influenza nel continente.

Chissà chi per primo, tra l’agente diplomatico dell’OSA e quello della CELAC, nell’anticamera dell’ufficio di Martelly, chiederà stranito all’altro “Che ci fai anche tu qui?”.

Ludovico Maremonti

1 COMMENTO

Comments are closed.