Green Economy: dubbi su mobilità e rifiuti

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Il Collegato Ambientale alla Legge di Stabilità 2016, conosciuto come ddl sulle “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali”, è stato approvato lo scorso 22 dicembre 2015, dopo un iter parlamentare di ben 2 anni.

Inizialmente previsto per la legge di bilancio del 2014, la sua caratterizzazione è un primo passo importante, risentendo dell’urgenza e della comunione di intenti dei paesi della Cop21: le misure di car sharing e di car pooling, ad esempio, risentono della necessità di pensare a un meccanismo di riduzione delle emissioni delle automobili.

Finalmente le soluzioni social del passaggio in auto (car ride), di motori di ricerca come il più famoso Blablacar, diventano un’opportunità per pensare un modello di mobilità sostenibile, che offre un’opportunità per diminuire l’impatto delle emissioni sull’ambiente e sulla salute.

Tuttavia la aspettative di questa novità vengono in parte deluse: rimane irrisolto il problema del traffico che dalle periferie porta alle città principali, motore della vita economica e sociale, poiché il car ride è previsto dal Collegato Ambientale in quei comuni con oltre 100.000 abitanti; basti anche ricordare i recenti tagli al trasporto pubblico, che risente delle politiche di austerità, che questo Governo ha ricopiato sul ddl Green Economy, non prevedendo alcuna forma di finanziamento ad autobus e metropolitane, soprattutto se si pensa che producono meno emissioni rispetto alle automobili; anzi, un’altra stangata per studenti e lavoratori viene con una nuova ondata di aumenti dei prezzi sui servizi, a fronte di maggiori disagi.

Sono, queste, alcune delle critiche mosse da Legambiente, pur riconoscendo i meriti della nuova legge di stabilità di affrontare questioni ambientali prima ai margini della politica italiana, quali lo sversamento dei rifiuti in mare e un approccio più concreto al problema del dissesto idrogeologico.

Inoltre la preoccupazione delle associazioni ambientaliste è data anche dalla timidezza con la quale viene ancora affrontata la questione amianto.

I fondi per la bonifica sono ancora insufficienti, e la costruzione dei relativi moduli viene bloccata per l’ostilità delle comunità locali, inascoltate però in occasione della creazione degli impianti di incenerimento dei rifiuti, sul quale l’Europa punta sempre meno, a favore del riciclo.

Il risultato, tuttavia, è che l’amianto rimane in discariche a cielo aperto o viene spedito all’estero per essere bonificato, con costi esorbitanti in ottica ambientale, economica e, il più volte, rappresentando un alto rischio per la salute.

Altra nota dolente nel decreto viene rappresentata dagli eccessivi finanziamenti per la costruzione delle centrali a biomasse, se si pensa alla possibilità di alti profitti che questo settore, compresa la nuova frontiera delle energie rinnovabili, può rappresentare per le ecomafie; i dubbi, per giunta rimangono alla luce dell’impatto che tali centrali possano avere sull’ambiente e sulla salute, tutt’altro che positivi.

Infine non vi sono certezze sulla natura e sull’ammontare dei GPP, su relativi incentivi e sanzioni, così come previsto per il riciclo, nonostante le agevolazioni sulla nuova ecotassa ai comuni virtuosi: vengono nuovamente riempite le discariche, il Governo apre alla costruzione di nuovi inceneritori, l’abbattimento delle tasse non è sufficiente a colmare le differenze, ancora eccessive, tra Nord e Sud in materia di trattamento dei rifiuti.

In conclusione, il Collegato Ambientale rappresenta un primo passo per ripensare l’economia italiana, con qualche luce (ad esempio la riqualificazione ecosostenibile in edilizia) ma ancora con molte ombre, come le osservazioni degli ambientalisti dimostrano.

Con l’approvazione delle leggi su consumo di suolo, agromafie e abbattimento degli ecomostri, in attesa della soluzione della questione incenerimento, sarà possibile capire se il ddl Green Economy rappresenta una vittoria o l’ennesima occasione mancata per l’Italia.

Eduardo Danzet

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