Spagna, incarico a Sánchez ma l’accordo è lontano

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In Spagna da oltre un mese aleggia un’aria di instabilità politica e incertezza sul futuro della legislatura appena iniziata. Basti pensare che ci sono ancora deputati che a tre settimane dalla prima seduta non hanno affittato casa e continuano a dormire in hotel. Ma ieri qualcosa potrebbe essersi sbloccato, il Re ha incaricato Pedro Sánchez affinché cerchi gli appoggi necessari per la formazione di un Governo. Archiviato Rajoy, Felipe VI è passato alla seconda forza più votata il venti di dicembre: il Partito socialista. A dir la verità era uno scenario che già si ipotizzava all’indomani della tornata elettorale, vista anche la palese mancanza di potenziali alleati per il Partito popolare.

Sánchez incontra Garzón e Lara di IU.
Sánchez incontra Garzón e Lara di Izquierda Unida.

«Si è usciti da un blocco istituzionale, abbiamo la responsabilità di cambiare il Paese» ha dichiarato in conferenza stampa Sánchez. Martedì l’annuncio, ieri il leader socialista ha iniziato le trattative. Stando al calendario, la seduta d’investitura dovrebbe avere come data limite il 2 di marzo, entro la quale Sánchez avrebbe bisogno di una maggioranza assoluta. Se così non fosse, quarantott’ore dopo, la Camera si riunirà nuovamente, questa volta per una seconda votazione a maggioranza semplice. PP e Podemos si sono trovati d’accordo, ovviamente per motivazioni diverse, sulla volontà di anticipare tale scadenza: i popolari nella giornata di ieri hanno richiesto il voto per il 16 febbraio.

Nella giornata di ieri Sánchez si è riunito con Coalizione Canaria, Compromís, Izquierda Unida e Nuova Canaria. Oggi è il turno di Ciudadanos, domani quello di Podemos. Il primo giro di confronti terminerà sabato mattina con una delegazione del Partito Nazionalista Vasco (PNV). Chi, a prescindere da tutto, rimane totalmente escluso e isolato da questa nuova situazione è il Partito Popolare che ormai appare anacronistico e impolverato, che si ostina a mandare in televisione rappresentanti che ripetano il mantra del “Rajoy non ha gettato la spugna, la sua candidatura resta in piedi”.

Giorno 1, “Siamo partiti bene”.

Un segretario ottimista Sánchez che ieri ha concluso, in tarda serata, la prima giornata di trattative col sorriso sulle labbra esclamando: «Siamo partiti bene, abbiamo l’opportunità di dare un governo progressista e riformista al Paese». Queste parole piene di ottimismo sono state dette a margine dei 4 incontri sostenuti nel corso della giornata.

Ha iniziato con Coalizione Canaria e Nuova Canaria da cui sono giunte parole rassicuranti ed entrambi, senza perplessità, hanno trasmesso il proprio appoggio.

È stato poi il turno di Compromís, la lista con cui ha corso Podemos nella Comunidad Valenciana (confluita nel gruppo Misto), la cui leader Monica Óltra ha rassicurato di voler riprodurre un tandem di governo come quello raggiunto proprio nella regione di Valencia insieme ai socialisti. L’esponente valenziana non ha escluso di far parte di questo ipotetico governo progressista. Un paletto che è stato esplicitato nell’incontro è stato il no a Ciudadanos all’interno dell’accordo.

Sánchez
Sánchez al termine della prima giornata di trattative, dal suo Twitter.

Il segretario generale del PSOE si è infine riunito con Unidad Popular, la candidatura di Izquierda Unida. A parlare con Sánchez si sono presentati il leader Alberto Garzón e un volto storico, e molto influente, Cayo Lara. Quest’ultimo ha puntualizzato che «chi metterà i bastoni fra le ruote alla formazione di questo governo perderà credibilità» con una chiara allusione a Podemos. Da un altro lato Garzón ha specificato che l’appoggio concerne solo l’investitura, sulle misure da prendere serviranno altri accordi.

Qualsiasi accordo venga preso, posto che ci si arrivi, verrà comunque sottoposto al voto dei militanti del partito, come ha rassicurato lo stesso Pedro Sánchez. Non pochi malumori sono nati nelle amministrazioni locali dove, i rispettivi leader socialisti, sentono che la loro volontà verrà ascoltata fino a un certo punto.

La volontà del presidente della Camera Patxi López (PSOE) è quella di non bloccare il Parlamento fino alla seduta d’investitura. La sua intenzione è quella di iniziare quindi a legiferare anche in assenza di un governo. Un procedimento non previsto in Italia ma che, anche se sconosciuto, in Spagna è via percorribile.

Obiettivo 176: i tanti problemi di Sánchez.

Il “magic number” come ama chiamarlo Sky è 176: sono necessari 176 voti per ottenere la fiducia al Governo. Ricordiamoci che non bastano i voti delle sinistre, IU e Podemos, per far governare il PSOE, altrimenti non sarebbero state necessarie trattative così tanto articolate. I problemi all’orizzonte per Sánchez sono molti e vengono da molteplici direzioni.

Innanzi tutto il primo scoglio da superare è la situazione catalana che, oltre a bloccare ogni tipo di confronto con gli indipendentisti, rende difficile anche l’avvicinamento al gruppo catalano di Podemos capitanato dalla sindaca di Barcellona, Ada Colau. Su questo punto Sánchez ha insistito più volte proponendo una riforma costituzionale che cambi un po’ l’assetto geopolitico della Spagna senza però intaccare i confini territoriali e le identità nazionali.

D’altra parte invece emerge dalle voci a sinistra un veto sulla testa di Albert Rivera e sull’entrata di Ciudadanos in un ipotetico patto di Governo. Una presenza indesiderata per molti che lo ritengono totalmente estraneo all’idea di un governo “progressista” soprattutto dal punto di vista economico. Non c’è da sorprendersene visto il programma di Ciudadanos alle ultime elezioni che proponeva l’innalzamento dell’IVA sui beni di prima necessità, l’abbassamento per quella sui beni di lusso, il contratto unico e la non abrogazione della riforma del lavoro del PP. Misure che poco vanno d’accordo con le politiche economiche e sociali di forze come IU, Podemos oppure Compromís.

E poi rimane aperto lo scenario, tutt’altro che improbabile, in cui Sánchez non raggiungerebbe gli accordi necessari per una maggioranza di Governo. Il re si troverebbe dunque obbligato a sciogliere il Parlamento e a convocare quindi nuove elezioni che si celebrerebbero cinquantaquattro giorni dopo, verso fine giugno. Ciò farebbe slittare l’insediamento di un nuovo governo sino alla fine del mese di luglio. Ma diamo tempo al tempo e lasciamo che Sánchez concluda le trattative. Aspettiamo.

Giacomo Rosso

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