Valeria Gaudieri: “il cinema mi ha insegnato il desiderio”

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Valeria Gaudieri

Valeria Gaudieri è una giovane ragazza napoletana, amante del cinema a tal punto da far diventare questa passione il suo lavoro.

La determinazione l’ha portata a raggiungere piccoli traguardi, spingendola così a fare sempre di più e sempre meglio. A seguire l’intervista.

Com’è nata la tua passione per il cinema?

“La mia passione per il cinema credo sia nata quando ho disimparato a scrivere. Ho sempre scritto, al punto che se guardi la mia mano destra, puoi trovarci una piccola malformazione dove tenevo poggiata la penna per giornate intere. Non facevo altro dalla mattina alla sera: per chiunque mi conoscesse, quella sarebbe stata la mia strada. Fin quando un giorno la mia vita fu stravolta e da allora ricordo di non essere più stata in grado di poggiare una penna su un foglio. Sono figlia della provincia nord di Napoli, nata e cresciuta in un posto che sarà grande come un presepe. Quando sono arrivata nella grande città ero affamata: mi affacciavo alla vita dopo anni che mi avevano scavato il vuoto dentro e avevo fame, volevo avere tutto, dovevo avere tutto. Ho cominciato a divorare la città: giornate intere spese a cercare tra le strade le parole che servivano a raccontarla – senza trovarne più – portandomi dietro fogli che mi guardavano impotenti. Le parole mi avevano voltato le spalle, ho abbracciato il silenzio e ho cominciato a ingoiare solo quello che vedevo. Da allora, il mondo mi si è rivelato come fosse stato dietro a un sipario fino a quel momento. Per tutti quegli anni, a ben vedere, non avevo fatto altro che immaginare cosa ci fosse dietro il velluto pesante. Da quando ho potuto vedere cosa ci fosse al di là della mia immaginazione, non ho avuto fame che della bellezza: è stato facile riconoscerla, era la sola che potesse saziarmi. È stato in quel momento che il cinema è entrato a far parte della mia vita con prepotenza: mi ha insegnato il desiderio e non ho più smesso di aver voglia di vedere. Sono stata educata alla bellezza fin dalla più acerba età, da cui l’estenuante passione che ho per l’arte. L’ho studiata a lungo e a lungo ho provato a indovinare quali fossero le parole dell’ispirazione. Il cinema e la fotografia sono stati la rivelazione: gli occhi, niente di più, niente di più di quello di cui è dotato ognuno di noi, che possiamo condividere tutti, senza poter mai sperare di capirci davvero”.

Che percorso di studi hai perseguito per poter inserirti nell’ambiente cinematografico? 

Valeria Gaudieri“Quello che la vita mi ha insegnato piuttosto in fretta è che nessuno può insegnarti a campare. La mia personalissima traduzione è che nessuno può insegnarti a guardare. Va da sé che ‘inserirsi nell’ambiente’ non è stato niente di più che imparare a fare, imparare a crescere, soprattutto imparare a sbagliare. Ci vuole tempo per imparare la tecnica, altrettanto per disimpararla. Il teatro, da questo punto di vista, mi ha insegnato ad avere fiducia nelle mie visioni. Non appena terminai i miei studi di fotografia cinematografica, presi a studiare per diventare un tecnico luci teatrale. Ricordo che una delle prime verità che mi accolsero a teatro fu “Chi viene dal cinema trova nel teatro un posto durissimo”. Non capii perfettamente cosa significasse fin quando non mi sono ritrovata davanti al palco nudo e buio, gli occhi fissi su di me aspettando che posassi la mano sul foglio che stringevo tra le mani nella speranza che ne colasse un disegno luci. È stato un po’ come ritornare a scrivere: ma, al posto dell’inchiostro c’era la luce, che faceva risplendere brillanti tutti i miei errori. A furia di sbagliare, il palco inclemente mi ha insegnato che non può esserci arte più vera di quella di vedere un tuo errore ben fatto andare in scena, ad avere fiducia nelle imperfette visioni che si agitavano dietro i miei occhi. Sbagliare, se necessario, purché sia un errore reale e non vivo solo tra le pareti comode della tua immaginazione. Da allora ho ingaggiato una sfida con me stessa e con i Ramones in cuffia ho cominciato a sbagliare”.

Il DailyBest ha considerato il tuo video “Do you wanna dance?” il migliore del 2015. Senz’altro questa è stata una piccola soddisfazione. Pensi che, in qualche modo, possa essere stato un trampolino di lancio?

“Con quella sfida arrivò l’intuizione: se c’è una cosa su cui non sbaglio mai sono le femmine o almeno i culi delle femmine. Fu così che qualche Peroni di troppo convinse i Giona a darmi fiducia. Me ne pentii subito dopo. Ero tesissima, temevo il fallimento, ma non intorno al successo dell’opera, piuttosto il fallimento personale, la possibilità di non riuscire a riprodurre quello che avevo vivido nella mia testa. La fase di preparazione fu lunga e non mancarono i momenti di sfiducia. Il giorno delle riprese arrivò allora come una corsa contro il mio cinismo. L’adrenalina mi faceva scivolare sulle parole: allora smisi di parlare e cominciai a disegnare nello spazio del sensore della camera, che in quel momento stava tra me e quello che volevo raccontare. L’ultima scena del videoclip, dove una delle ragazze sfila le mutandine all’altra con un coltello a serramanico, l’ho girata a occhi chiusi. Avevamo provato il movimento migliaia di volte: era necessario che fosse esatta alla prima prova perchè – come potete immaginare – non avevamo mutandine di riserva. Mi aggiravo nella stanza sempre più decisa a cambiare finale. Ho ossessionato le ragazze chiedendo di riprovare il movimento milioni di volte, con impercettibili cambi di angolazioni dei polsi. Quando mi convinsero a girare non riuscii nemmeno a guardare, sentii solo tutti, intorno a me, urlare di felicità. Ero riuscita a piegare la fortuna. Fu quello il trampolino di lancio, non per il successo – nell’era di Internet bisogna anzitutto aver le gambe salde di fronte alle illusioni – ma per il mio entusiasmo. Quella esperienza mi ha insegnato l’unica cosa che nell’ansia di stare con gli occhi bene aperti mi era sfuggita: l’importanza di saltare a occhi chiusi. Tutto qui. Il video, dal momento dell’uscita, ha corso più veloce delle mie aspettative e dai miei occhi chiusi è finito dritto dritto in quelli ben aperti di più di 8000 visualizzazioni in meno di un mese: il DailyBest l’ha scelto come miglior video del 2015; la critica cinematografica del Manifesto l’ha considerato ‘Geniale’ e un sacco di femministe si sono incazzate: inutile dire che quest’ultima è stata senza dubbio la migliore delle soddisfazioni“.

Introdursi nell’ambiente cinematografico non è semplice, ci vuole costanza e determinazione. In particolare quando si è molto giovani, non è facile capire quale sia la miglior strada da intraprendere. Tu cosa consigli ai ragazzi che oggi studiano e vogliono fare cinema?

“Mi fa sorridere l’idea che io possa dare consigli a qualcuno quando io stessa cerco chi possa prestarmene uno anche usato. Tutto quello che posso racimolare dalla mia piccola esperienza è che in questo mondo, che si misura sulla cifra della prestazione, dovremmo tutti rivendicare per noi stessi e davanti a noi stessi il diritto di sbagliare, di essere imperfetti, di fare e fare male, ma nell’urgenza di dire quel che ci agita la mattina appena svegli o che ci fa fumare troppe sigarette o che ci fa aver paura di fare quello che desideriamo nell’ansia di non essere chi ci aspettavamo. Fondamentale, per riuscirci, è consumare più tempo nei teatri vuoti, svegliarsi alle 4:00 del mattino per stare alle 5:00 sul set in riva a un lago gelato per una scena che sarà tagliata, ma soprattutto, cominciare ad ascoltare musica migliore. Tipo i Ramones”.

Ilaria Cozzolino

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