The end of the tour, cinema e letteratura

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the end of the tour

The end of the tour, diretto da James Ponsoldt, è la storia dell’incontro tra il romanziere americano David Foster Wallace e il giornalista di Rolling Stones David Lipsky.

Quest’ultimo ottiene dal suo giornale l’incarico di intervistare e conoscere uno dei più grandi autori americani degli ultimi anni. Wallace, interpretato straordinariamente da Jason Segal, è un personaggio delicato, scontroso e profondamente insicuro. Tra i due nasce un rapporto, prima solo lavorativo, poi assolutamente umano, che durante il loro viaggio li avvicinerà sempre di più.

I maggiori pregi del film sono la straordinaria prova attoriale che i due interpreti offrono (per Segal sicuramente la migliore finora della sua carriera) e uno script denso e preciso come un orologio meccanico. Stralci di dialogo o scene intere sono realizzati in modo magistrale e accompagnano senza mai annoiare la crescita del rapporto tra i due. I toni del film vanno dal drammatico al comico, passando per l’ironia e il sarcasmo, senza tralasciare il livore che può nascere dallo scontro tra due maschi alfa.The end of the tour

Jason Segal riesce perfettamente ad uscire dal personaggio di Marshall Eriksen di How I Met Your Mother, che lo ha reso popolare negli ultimi anni, e costruisce un personaggio sensibile e fragile, restituendo una prova drammatica degna dei migliori attori. Anche il personaggio di Jesse Eisemberg (che si conferma un ottimo interprete) è fragile, quasi nevrotico nel suo modo di stare al mondo. Ciò che però lo spinge ad essere così è la forte invidia e il forte senso di inferiorità che ha nei confronti di un autore idolatrato dal pubblico e dalla critica come lo era Wallace negli anni ‘90. Non a caso, pur avendo portato con sé il suo primo romanzo, non riesce a regalarlo a David perché teme il suo giudizio.

The end of the tour è senza ombra di dubbio un road-movie atipico. Un viaggio mentale più che fisico, quasi dell’animo. Le esperienze che i due protagonisti accumulano durante il tempo passato insieme li migliora e li aiuta a superare i loro fantasmi interiori, come l’invidia, i problemi con le donne, la teledipendenza e soprattutto la solitudine. Wallace, accusato da Lipsky in una delle più belle scene del film di essersi costruito un personaggio e di sentirsi superiore a tutto e tutti per la sua intelligenza, risponde che per lui gli scrittori hanno semplicemente un legame più profondo con la loro confusione mentale. Il suo sentirsi intelligente a volte lo fa isolare non per una sua mania di grandezza, ma perché ha paura, come tutti, del giudizio di chi lo circonda.

Ovviamente è impossibile riportare la complessità di uno scrittore al cinema attraverso un racconto (o una interpretazione, seppure eccellente) perché il cinema può raccontare altro. The end of the tour non tenta in nessun modo di mostrare il genio letterario di Wallace, si limita infatti a parlare di uomini, di relazioni e di cambiamenti. I biopic di solito si concentrano più sul racconto del personaggio, tralasciando l’essere umano, e basandosi anche sulle conoscenze a priori dello spettatore. In questo caso invece, anche chi conosce David Foster Wallace, riesce ad apprezzare la sua umanità e ad essere coinvolto nel suo percorso di crescita.

Andrea Piretti

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