Primarie a Milano, vince Sala e si apre uno spazio a sinistra

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Giuseppe Sala ha vinto le primarie del centrosinistra a Milano con il 42% delle preferenze. Il PD, principale sponsor di Sala, sul proprio sito esulta e comunica soddisfazione. La domanda che occupa la scena, tuttavia, è la seguente: fu vera gloria?

Lungi dal lasciare ai posteri l’ardua sentenza, andiamo ad esaminare qualche dato: la popolazione residente a Milano, secondo i dati ISTAT del 2015, è di 1.337.155 anime. Considerando che, secondo le regole delle primarie, il voto era aperto a chiunque, anche non italiano, anche non tesserato ad un partito, purché residente a Milano e di età pari o superiore ai 16 anni, la platea potenziale degli elettori durante le consultazioni del weekend era all’incirca di 1.151.928 persone, che possono essere ridotte a circa 900.000 ponendo un limite massimo di 70 anni di età (arriveremmo a 924.000 persone circa) ed immaginando qualche migliaio di persone impossibilitate ad uscire di casa.
Ebbene, il dato è allarmante: hanno votato per scegliere il candidato sindaco del centrosinistra appena 60.900 elettori, che in termini percentuali è all’incirca il 5,29% degli aventi diritto, oppure il 4,55% dei residenti.

Il segretario del PD metropolitano di Milano Pietro Bussolati vede il bicchiere più che mezzo pieno: «Alla fine siamo tutti qua. Ci siamo riusciti a fare le primarie più belle d’Italia. Questo è il primo passo verso il futuro sindaco di Milano». Certamente si può obiettare quanto siano belle primarie così poco partecipate, oltretutto con le polemiche sul voto delle “truppe cammellate cinesi”, delle quali si dubita sia della vicinanza al centrosinistra, sia della conoscenza dei candidati e dei loro programmi: aleggia infatti il sospetto che quei voti non siano stati in qualche modo “comprati”.
Sempre Bussolati, a proposito degli stranieri, spiega come «sul 20% che vive a Milano, solo il 3% è andato a votare. Dovevamo farli partecipare di più. su questo dobbiamo lavorare, come sui giovani». I più maliziosi trovano in queste parole un indizio a suffragio delle proprie ipotesi, ma in realtà il voto dei cinesi avrebbe pesato solo per l’1% dei votanti.
Peccato che, come filmato da Fanpage, sia stato possibile con qualche accorgimento (e qualche volontario non ligio alle regole) votare ben più di una volta in seggi diversi.

È lo stesso Giuseppe Sala a proclamare, nella serata di domenica, che «Mi impegno a non deludere tutto questo entusiasmo e tutta questa passione, farò con il grande senso della squadra, come ho sempre fatto» e che punterà su «piani di attività quartiere per quartiere».

Apprezzamento anche da parte del sindaco uscente Giuliano Pisapia, che dopo numerosi tentennamenti ha espresso tardivamente un timido apprezzamento nei confronti della sua attuale vice Francesca Balzani: «Ci siamo contrastati nelle primarie ma dobbiamo essere uniti nelle secondarie che riporteranno il centrosinistra a governare Milano. Onore a Beppe Sala che ha vinto bene».

A rompere le uova nel paniere all’ex commissario di Expo 2015 è l’individuazione del candidato ideale, per il centrodestra, in Stefano Parisi, l’unico temuto dal vincitore delle primarie per sua stessa ammissione. Il 59enne è una figura in tutto speculare a quella di Sala: entrambi sono stati “city manager” per il centrodestra (Sala per Gabriele Albertini, Parisi per Letizia Moratti), entrambi provengono dal mondo delle telecomunicazioni (Sala da Telecom, Parisi da Fastweb), entrambi godono del sostegno della borghesia milanese e dell’appoggio pressoché incondizionato dei media.

Ecco perché, tra due profili quasi perfettamente sovrapponibili, si crea lo spazio a sinistra per una candidatura diversa: considerato che gli aggregati di Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino nelle primarie arrivano al 57%, l’ipotesi già ventilata da Nicola Frantoianni (SEL) e Paolo Ferrero (PRC) di una candidatura alternativa si presenta come una concreta possibilità, raccogliendo anche l’interessamento di un Pippo Civati (Possibile) che si presenta come potenziale candidato.

A quasi tre mesi, Milano può diventare un importante test per un blocco di sinistra ma, soprattutto, per un nascente Partito della Nazione, sul modello dei Dems statunitensi, che ad emergere vincente sia Sala, Parisi o un candidato di sinistra.

Simone Moricca

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