Palazzo Donn’Anna, a metà tra storia e leggenda

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Palazzo Donn'Anna

«Il bigio palazzo si erge nel mare. Non è diroccato, ma non fu mai finito; non cade, non cadrà, poiché la forte brezza marina solidifica ed imbruna le muraglie, poiché l’onda del mare non è perfida come quella dei laghi e dei fiumi, assalta ma non corrode. Le finestre alte, larghe, senza vetri, rassomigliano ad occhi senza pensiero; nei portoni dove sono scomparsi gli scalini della soglia, entra scherzando e ridendo il flutto azzurro, incrosta sulla pietra le sue conchiglie, mette l’arena nei cortili, lasciandovi la verde e lucida piantagione delle alghe. Di notte il palazzo diventa nero, intensamente nero; si serena il cielo sul suo capo, rifulgono le alte e bellissime stelle, fosforeggia il mare di Posillipo, dalle ville perdute nei boschetti escono canti malinconici d’amore e le malinconiche note del mandolino: il palazzo rimane cupo e sotto le sue volte fragoreggia l’onda marina.»

Così la scrittrice partenopea Matilde Serao dipingeva il ritratto letterario di Palazzo Donn’Anna che sulla sublime collina di Posillipo si affaccia sul mare, guardando mirabilmente al “formidabil monte sterminator”, espressione con cui Leopardi ne “La ginestra” designava il Vesuvio.

Palazzo Donn'Anna

Ricostruito sulle ceneri di Villa Serena, precedentemente residenza del marchese Dragonetto Bonifacio, Palazzo Donn’Anna fu ristrutturato dall’architetto Cosimo Fanzago  che, decorandolo maestosamente e sontuosamente, com’era ad uso nel periodo del barocco napoletano, non riuscì ad ultimare la villa, la quale tutt’ora assume l’aspetto al contempo terrificante e meraviglioso degli edifici in rovina, decadenti e maledetti, le cui mura, tuttavia, trasudano frammenti di storia e leggende.

Il palazzo monumentale fu denominato così in onore di Donna Anna Carafa, moglie del viceré Ramiro Núñez de Guzmán, duca di Medina de las Torres. Si narra che la duchessa, solita ad illuminare e imbandire la sua fastosa dimora con banchetti sfarzosi e opulenti, a seguito di uno spettacolo in suo onore, in cui sua nipote Donna Mercedes recitava la parte della schiava innamorata del suo padrone, interpretato da Gaetano di Casapesenna, amante di Donn’Anna, fu logorata dalla gelosia al punto tale da causare la scomparsa della sua bellissima nipote. Gaetano di Casapesenna invano tentò di seguire le tracce di Donna Mercedes fino alla fine dei suoi giorni. La leggenda racconta che di tanto in tanto Palazzo Donn’Anna diventi il teatro degli incontri dei due amanti che sono alla continua ricerca l’uno dell’altra, sotto l’occhio sprezzante e maldicente di Donn’Anna.

Palazzo Donn'Anna

La figura di Donn’Anna Carafa, tuttavia, è stata identificata spesso anche con quella di Giovanna d’Angiò che, secondo la tradizione popolare, come una mantide religiosa, uccideva tutti i suoi amanti, solitamente pescatori, dopo aver consumato l’amplesso, defenestrandoli. Si diceva che chi entrava in quel palazzo non ne uscisse mai vivo. Così la regina, preda di un’ingorda lussuria, si innamorò di un aitante pescatore, di nome Salvatore, promesso sposo di Maria Stella. Mietuto anch’egli come vittima, si racconta che talvolta compaia presso la marina di Posillipo il fantasma di Maria Stella che, ancora invano, invoca la presenza del suo amato.

Traboccante di storie, aneddoti clamorosi e intriganti, leggende fiabesche e chimeriche, così si staglia sul “glauco mar” Palazzo Donn’Anna.

Palazzo Donn'Anna

«E forse sono fantasmi e noi sorridiamo e desideriamo che ciò sia; noi li amiamo i fantasmi, noi viviamo con essi, noi sogniamo per essi, noi moriremo per essi, col desiderio di vagolare anche noi sul mare, per le colline, sulle rocce, nelle chiese tetre ed umide, nei cimiteri fioriti, nelle fresche sale, dove il medioevo ha vissuto. »

Clara Letizia Riccio

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