Cinque anni fa, in Egitto avveniva una vera e propria rivoluzione: piazza Tahrir era l’epicentro della rivolta contro il dispotico presidente Hosni Mubarak, la gente invocava a gran voce un cambiamento radicale, che portasse nel paese una ventata di libertà e democrazia.

La destituzione di Mubarak ha dato il via ad un delicato processo di democratizzazione iniziato nel 2012, dopo la “Primavera Araba“, con la vittoria elettorale di Mohamed Morsi, che si è poi rivelato un “fuoco di paglia“; dopo solo un anno di mandato, il presidente è stato destituito e posto agli arresti attraverso un colpo di stato ordito dal ministro della difesa, il generale Abd al-Fattah al Sisi, il quale ha instaurato un regime dittatoriale che non garantisce la minima libertà di espressione.

Amnesty International, attraverso un suo rapporto, fa intendere la gravità della situazione, sostenendo senza mezzi termini come l’Egitto sia ripiombato in uno stato di polizia: «Due anni dopo l’estromissione del presidente Mohamed Morsi, alle proteste di massa sono subentrati arresti di massa. Attaccando senza sosta i giovani attivisti egiziani, le autorità stanno spezzando le speranze in un futuro migliore di un’intera generazione». Queste sono le parole con cui Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, descrive quanto sta accadendo nel paese nordafricano.

I bersagli preferiti del regime, definito da Human Rights Watch il più repressivo della storia egiziana, sono gli attivisti politici, i ricercatori ed i giornalisti. Tutti i dissidenti vengono prelevati con la forza, accusati di reati penali, portati in carcere e torturati. Secondo il gruppo indipendente Horreya al Gaddaan (Libertà per i bravi), sono 163 i giovani egiziani spariti tra aprile e giugno del 2015, e solo 64 di loro sono tornati a casa, per ora. I pochi fortunati che riescono a tornare rimangono profondamente traumatizzati dalle violenze, anche di tipo sessuale, subite dagli aguzzini e raccontano di centri di detenzione segreti e di torture, come spiega Khaled Abdel Hamid, portavoce del gruppo.

Ciò che accade ai detenuti è agghiacciante: alcuni vengono spogliati, tenuti all’aperto ed esposti al freddo per ore con le mani legate dietro la schiena, con gli agenti che buttano dell’acqua su di loro; altri vengono torturati con le scariche elettriche ed altri ancora subiscono abusi fisici, finanche sessuali.

Il governo al Sisi avalla l’attività repressiva delle forze dell’ordine egiziane.

Nel novembre 2013 è entrata in vigore una legge sulle proteste, la quale autorizza le autorità ad arrestare e processare dimostranti pacifici sommariamente e rende illegale la mera azione di manifestare senza previa autorizzazione. Questa legge dà, inoltre, alle forze di sicurezza la libertà di ricorrere alla forza, anche letale, nei confronti di manifestanti pacifici. È pempre la Saharaoui ad esprimere il proprio giudizio su questo provvedimento, affermando che «La Legge sulle proteste è diventata la corsia preferenziale per imprigionare manifestanti pacifici, trattati alla stregua di criminali».

Tutti coloro che vengono arrestati sono incriminati di aver sfidato la severa legge sulle proteste o ulteriori norme che limitano in modo arbitrario il diritto alla libertà di manifestazione pacifica, oppure di essere affiliati a cellule terroristiche facenti capo all’Isis.

La scomparsa del ricercatore italiano Giulio Regeni è solo l’ultimo caso di violenza perpetrata dal regime dittatoriale di al Sisi, ma la scia di morte che questo stato autocratico si porta dietro è molto più lunga.
La voglia di cambiamento dimostrata dal popolo egiziano durante la “Primavera Araba” è ora in grave pericolo per il subentrare del “freddo inverno”, portato dallo spregiudicato generale al Sisi.

Come diceva il poeta cileno Pablo Neruda, che sulle sue spalle aveva vissuto gli autoritarismi di Videla prima e di Pinochet dopo: «Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera».

Galileo Frustaci