ItinerArte: Michelangelo e il Giudizio Universale

0
1151
Michelangelo

Questa settimana il tono della nostra rubrica si fa necessariamente più alto, perché il 18 febbraio del 1564 moriva un grande maestro del Rinascimento: Michelangelo Buonarroti. Il “Giudizio Universale” è l’opera emblema del suo pensiero e della sua maestria.

” evidentemente l’Italia è stata fatta da Dio Onnipotente in base ai disegni di Michelangelo”

( Mark Twain)

Michelangelo

Quando Michelangelo fu richiamato a Roma erano passati tanti anni, precisamente ventiquattro, dal suo ultimo grande impegno. Nel  1512  Papa Giulio II  aveva officiato una solenne messa, mostrando al pubblico la bellissima volta affrescata della Cappella Sistina: quella piccola cappella in Vaticano era diventata il centro dell’arte. Michelangelo, ultimati i lavori e soddisfatti  i voleri del suo committente, viaggiò per l’Italia dapprima a Firenze poi a Venezia; tuttavia rimase concentrato, perché andava portato a temine un altro importante progetto: il “Mausoleo di Giulio II”. Frattanto qualcosa era cambiato nella città pontificia, forse il clima, forse gli intenti celebrativi,  e Michelangelo  questa volta non si piegò del tutto alla volontà di un papa, alla volontà di Paolo III che nel 1533 gli commissionò il “Giudizio Universale“.

Michelangelo
Lunetta con i segni della Passione

 

Michelangelo
lunetta con i simboli delle Flagellazione

Tra gli affreschi della volta Sistina e il grande affresco del “Giudizio Universale“, dicevamo, erano intercorsi molti anni, ma di sicuro questi non avevano obliterato la fama del grande Michelangelo. L’artista era ormai sessantenne, e di lui si diceva che fosse afflitto e stanco della vita, ma non stanco della sua arte. Se la più grande creazione del mondo era stata portata a termine nella volta, ora si trattava di dar vita ad un altro tema fondamentale, ovvero quello del Giudizio. Questa volta Michelangelo vi profuse tutto se stesso, non solo come artista ma soprattutto come uomo: egli espresse il suo severo ma personalissimo pensiero contro ogni dottrina ortodossa.

Michelangelo
Il Cristo come Prometeo

Nel 1535 iniziarono i lavori per il grande affresco del Giudizio sulla parete di fondo della Cappella Sistina, alle spalle dell’Altare Maggiore, già affrescata in precedenza. L’impianto compositivo dell’opera è abbastanza complesso e la scena può ridursi in tre fasce. La prima con le due lunette: a sinistra gli angeli che recano i simboli della Passione, a destra la colonna della Flagellazione. La seconda fascia è quella centrale e più ampia: un turbinio di uomini ruota intorno alla figura di Cristo che non è il Messia, appena sceso dalla croce, ma un uomo vigoroso e senza scrupoli, tanto che la madre volge lo sguardo afflitta. A cerchio da sinistra a destra si dispongono i Santi e gli Eletti, in attesa del verdetto.

Michelangelo
gli angeli tubicini, con il libri del bene e del male

Scendendo in basso nella terza e ultima fascia campeggiano gli angeli tubicini che recano tra le mani i libri del Bene e del Male; a sinistra il Bene con i risorti in ascesa verso il cielo e poco più sotto i risorgenti che a fatica riemergono dal terreno, alcuni ormai sono scheletri; a destra il Male con angeli e demoni che gareggiano per ricacciare i dannati all’inferno e più in basso la scena culmina con Caronte che fa scendere i dannati dinanzi al giudice Minosse. Possiamo leggere in questa scena un richiamo al testo dantesco.

Michelangelo
i Beati che risorgono
Michelangelo
I condannati dinanzi a Minosse

Analizzando più da vicino l’opera notiamo che Michelangelo, benché non amasse citarsi nelle proprie opere, nel Giudizio è riconoscibile in quel pezzo di pelle che San Bartolomeo reca in mano. Il fatto che l’artista non si sia identificato in un uomo o in un santo ma in un brandello di pelle potrebbe alludere al tentativo estremo di salvezza: egli in quanto artista si salva proprio grazie all’arte che è al di sopra di ogni giudizio. Solo qualche altro personaggio del suo tempo è citato, come quel Soprintendente alle opere del Vaticano che si opponeva ai nudi affrescati e che Michelangelo colloca idealmente all’Inferno, sotto le vesti di Minosse.  Più in generale sia angeli che uomini hanno volti stilizzati, anche se il filo che li accomuna è quel tratto di sofferenza, che per paradosso riga anche le espressioni dei Beati. Per Michelangelo è l’umanità intera a soffrire, i Beati non sono davvero beati e soffrono per la condanna che spetta ai loro consimili.

Michelangelo
San Bartolomeo scuoiato con i mano la sua pelle ( il martirio dell’artista)

La scelta di questo capolavoro, a discapito della più vasta operatività di Michelangelo, sta nel fatto che l’opera è sorprendentemente moderna e nuova per il modo di  affrontare un tema così importante per la teologia ortodossa. La Chiesa del tempo non trova spazio: questo è il frutto della mente di Michelangelo e dell’idea che egli aveva dell’umanità. E non da ultimo il fatto che, bisogna ricordarlo, l’attuale ” Giudizio Universale” in realtà non è come lo lasciò Michelangelo nel lontano 1541. La polemica sui quei nudi fece il suo corso e il  “braghettatoreDaniele da Volterra fu incaricato di ricoprire le parti nude dell’affresco, calando così il sipario: tale questione può essere considerata una polemica “ante litteram” se rapportata ai giorni nostri e alle ultime vicende sulla censura nell’arte.

Rossella Mercurio

NESSUN COMMENTO