Trasparenza morta con i finanziamenti pubblici

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Trasparenza e chiarezza nei rendiconti delle spese elettorali, nei profili dei politici e nei loro legami economici e personali: queste sono da anni le richieste minime dei cittadini nei confronti della classe politica.

Con il decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 149, l’allora Governo Letta sanciva la fine del finanziamento pubblico ai partiti politici, conformemente alla volontà di una grossa fetta dell’opinione pubblica che a gran voce ha reclamato la fine dei contributi pubblici, lasciando al settore privato la possibilità di finanziare volontariamente l’attività dei partiti.

Se da un lato questo decreto (convertito poi con l. 13 del 2014) ha dunque previsto la progressiva diminuzione dei rimborsi per le spese sostenute in occasione delle consultazioni elettorali ed «i contributi pubblici erogati per l’attività politica e a titolo di co-finanziamento ai Partiti» (art. 1), dall’altro è stato previsto un sistema di registrazione dei partiti politici presso il “Registro nazionale dei Partiti politici riconosciuti” sottoposta ai controlli della “Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei Partiti politici”.

L’iscrizione al suddetto ha due funzionalità dal punto di vista teorico:

  • garantire ai cittadini la possibilità di accedere in maniera semplice e veloce a tutte le informazioni che riguardano le formazioni politiche che prendono parte alla politica nazionale (bilanci del partito, rendiconto delle situazioni patrimoniale dei singoli parlamentari, identità dei finanziatori e qualità del loro finanziamento);
  • permettere ai partiti e movimenti politici di beneficiare di agevolazioni fiscali rispetto ai finanziamenti ricevuti da terzi.

Scendendo poi nel particolare, la nuova legge consente di finanziare i partiti politici attraverso tre sistemi principali: 2×1000 nella dichiarazione dei redditi, distrazione di erogazioni liberali con sgravi fiscali per il donatore e raccolte telefoniche di fondi.
Inoltre l’art. 5 della suddetta legge prevede che, in deroga al terzo comma dell’art. 4 della legge 659 del 1981, sia possibile per i partiti politici non effettuare la dichiarazione di finanziamenti annui del valore superiore a 100.000 euro ricevuti in forme diverse dal pagamento contante, permanendo comunque l’obbligo di dichiarare i singoli finanziamenti o contributi di valore superiore ai 5.000 euro annui, con l’allegazione delle relativa documentazione contabile.
Il punto più debole della normativa sta proprio nel terzo comma del suddetto articolo 5, il quale, a seguito della legge di conversione sopracitata, ha ulteriormente vanificato la trasparenza richiesta dalla legge prevedendo che «Gli obblighi di pubblicazione nei siti internet di cui al quinto e al sesto periodo del presente comma concernono soltanto i dati dei soggetti i quali abbiano prestato il proprio consenso, ai sensi degli articoli 22, comma 12, e 23, comma 4, del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196».

Sul punto è sorta una polemica tra il giornalista Carlo Tecce ed il Garante Antonello Soro, in seguito ad un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano del 13 febbraio che, per quel che ci interessa ai fini della trattazione, ci illumina su una questione importante: l’ultimo periodo dell’articolo appena citato, prevede l’obbligo per il Governo, tramite decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di individuare le modalità per garantire la tracciabilità delle operazioni e l’identificazione dei finanziatori. Decreto allo stato attuale mai emanato.

Passando ora da uno sguardo formale ad un altro di tipo più nettamente sostanziale, come ha lodevolmente fatto l’associazione Openpolis nel proprio Minidossier sulla trasparenza dei partiti politici a seguito dell’introduzione della nuova normativa, ci rendiamo bene conto di come in realtà l’unico obiettivo effettivamente centrato dalla nuova disciplina sia effettivamente il secondo.

Il fallimento del primo obiettivo è da addebitare in parte alle molte lacune della nuova legge ed in parte alla volontà dei singoli parlamentari, in gran parte reticente rispetto sotto il profilo della trasparenza.
Secondo i dati diffusi da Openpolis infatti «Solo una minoranza dei politici nazionali ha scelto di pubblicare documenti dettagliati: appena il 28% diffonde la dichiarazione dei redditi completa, il 24% specifica i dettagli catastali di terreni e fabbricati e il 28% rendiconta contributi e spese della campagna elettorale».
Ma il dato certamente più preoccupante è che «il 72% delle dichiarazioni patrimoniali pubblicate contiene informazioni parziali, e il 31,5% non adempie nemmeno agli obblighi di legge, perché non presenta il rendiconto elettorale».
Se il comportamento dei parlamentari non aiuta la causa della trasparenza, è altresì vero che la legge consente agevolmente a questi di pubblicare informazioni spesso molto vaghe sulla propria situazione patrimoniale. In particolare è da segnalare come gli obiettivi di “diffusione e piena accessibilità” non siano stati per niente centrati, tanto che una associazione come Openpolis dichiara di aver avuto serie difficoltà a reperire dei dati che dovrebbero essere pienamente accessibili ad ogni comune cittadino attraverso un’agevole consultazione online.

Che assieme al finanziamento pubblico sia scomparsa anche ogni tipo di trasparenza sui movimenti patrimoniali dei partiti politici non è forse un problema per la democrazia, che si è sì liberata dal “peso” del finanziamento pubblico, ma non sa quali interessi economici guidano i partiti politici?

Antonio Sciuto

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