La fine di Boutros Ghali, l’artigiano della pace

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La definizione contenuta nel titolo gli è stata data dalla direttrice generale dell’Unesco, la bulgara Irina Bokova, che, nell’annunciare la sua morte, ha provato a descrivere in poche parole il ruolo che Boutros Boutros Ghali, politico e diplomatico egiziano, segretario delle Nazioni Unite dal 1992 al 1996, ha avuto per la comunità internazionale.

Durante la sua lunga vita, interamente dedicata alle scienze politiche e al diritto internazionale, si è trovato a fronteggiare momenti di tensione internazionale durante i quali ha dimostrato ottime qualità di negoziatore, parzialmente offuscate da un gestione non sempre impeccabile delle numerose crisi di quegli anni.

Proponendoci di tratteggiare, seppur in poche righe, la carriera di Boutros Ghali, non possiamo non concentrarci sul suo periodo ai vertici delle Nazioni Unite, che ha coinciso, da una parte, con la fine della Guerra Fredda e quindi della polarizzazione degli equilibri mondiali all’indomani della caduta dell’Unione Sovietica, e, dall’altra, con l’aprirsi di nuovi conflitti in diverse regioni del mondo.

In simili contesti, non era facile ottenere dei completi successi, e anche per questo la carriera di Boutros Ghali non ha riscosso consensi universali, basti pensare che è stato l’unico segretario generale a non essere rieletto per un secondo mandato.

È pur vero, tuttavia, che non si arriva a rivestire determinate cariche se non si offre prova delle proprie capacità, e l’ex ministro degli Esteri egiziano lo aveva fatto in più frangenti, come quando aveva contribuito alla buona conclusione delle operazioni di pace in Cambogia, Mozambico ed El Salvador, così come ricordato da Romano Prodi, dettosi “profondamente rattristato” per la sua dipartita.

Formatosi politicamente durante la presidenza di Anwar Sadat, Boutros Ghali ha rappresentato un figura gradita sia agli arabi che ai cristiani – non si dimentichi che era nato da una famiglia di copti, i cristiani egiziani nativi – finanche agli israeliani: fu proprio lui, infatti, ad accompagnare Sadat in visita ufficiale a Gerusalemme nel 1977, ponendo le basi per il raggiungimento degli accordi di Camp David, grazie ai quali il suo paese riebbe il Sinai, occupato dalla guerra del 1967, in cambio del riconoscimento e dell’apertura di normali relazioni diplomatiche con Israele.

Con lui a capo delle Nazioni Unite si ricorda lo sfortunato intervento in Somalia, durante il quale vennero registrate pesantissime perdite nel corso della Battaglia di Mogadiscio, parte dell’operazione Restore Hope. Fu quella la prima frizione con l’amministrazione statunitense, che imputò all’ONU di non aver adeguatamente equipaggiato i suoi Rangers.

La sua carriera all’ONU è legata anche alla guerra in Jugoslavia, nel cui contesto non riuscì a proporre con efficacia un soluzione pacifica fra le parti in conflitto, adombrando, per certi versi, il ruolo istituzionale delle Nazioni Unite, mostratesi ancora una volta poco autorevoli ed efficaci.

Un ricordo molto triste per Boutros Ghali, ma mai quanto quello del genocidio in Ruanda, luogo in cui, nel 1994, più di mezzo milione di Tutsi vennero massacrati dal clan rivale degli Hutu, nell’inerzia dei caschi blu, tanto che lui stesso ebbe occasione di affermare che quello fu il suo “peggior fallimento alle Nazioni Unite”, che gli diede, con tutta probabilità, il colpo di grazia dal punto di vista politico, visto che finì con l’inimicarsi tutte le maggiori potenze mondiali che non appoggiarono la sua riconferma alla guida dell’ONU.

In definitiva, non si può dire che Boutros Ghali abbia lasciato un’impronta completamente positiva nel panorama politico-diplomatico internazionale: troppi, infatti, i passi falsi dell’organizzazione da lui guidata nel mantenimento della pace nel mondo.

D’altro canto, è pur vero che quelli furono anni davvero cruenti ed è possibile ipotizzare che in pochi, nella sua stessa posizione, se la sarebbero cavata meglio.
Da politico di esperienza qual era ci si sarebbe forse aspettati una maggiore abilità comunicativa e relazionale, che probabilmente, in alcuni momenti, è venuta a mancare.
Di certo, lo spessore umano e la statura politica del personaggio non può essere messa in discussione, come anche l’umiltà nel fare un passo indietro – dopo aver capito di non essere più gradito dalla comunità internazionale – dalla guida delle Nazioni Unite, con il ritiro della propria candidatura nel gennaio del 1997, che aprì la strada all’elezione del suo successore, il ghanese Kofi Annan.

Carlo Rombolà

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