Si parla poco, troppo poco, della morte di Stefano Borriello nel Carcere di Pordenone avvenuta il 7 agosto scorso. A 29 anni, il ragazzo sembra essere stato stroncato da un improvviso arresto cardiaco, nonostante la salute prima di allora ottima.
L’accaduto non è stato ancora ben ricostruito da chi di dovere. La lentezza negli accertamenti, oltre ad alcune particolari incongruenze tra versioni ufficiali e non, sta facendo sempre più dubitare della buonafede del personale dell’istituto penitenziario, al punto che già dalle prime giornate successive al decesso si era chiaramente parlato di un nuovo “caso Cucchi”.

Stefano Borriello non è morto di infarto.

A rivelarlo non è la famiglia del ragazzo, né tantomeno il suo legale: l’autopsia operata nell’ospedale di Pordenone in agosto aveva già escluso tale ipotesi, la spiegazione data alla madre di Stefano dagli agenti del carcere, dunque, si era rivelata da subito fallace.
Mentre la menzogna potrebbe essere stata un semplice errore di valutazione, la settimana di Stefano precedente al decesso contribuisce di certo a intricare la vicenda: il ragazzo muore il venerdì, ma già nella giornata di lunedì e di giovedì manca a due appuntamenti ai quali di solito partecipa con entusiasmo, l’incontro di gruppo con il cappellano e quello privato con Don Andrea. Quest’ultimo è un parroco col quale Stefano aveva instaurato un buon rapporto, tanto che, nella settimana precedente, aveva deciso di fargli recapitare delle sue poesie.
Secondo la versione ufficiale, Stefano salta l’incontro di lunedì per problemi di salute (non è dato sapere quali), mentre il venerdì non può incontrare Don Andrea perché «bloccato con la schiena», anche la proposta del prete di andare egli stesso a trovarlo nella cella viene respinta.
Il giorno dopo, venerdì 7 agosto, avviene ciò che sappiamo: l’improvviso malore del giovane, il suo trasferimento all’ospedale di Pordenone e infine il decesso registrato alle ore 21.00, nonostante la madre venga allertata solo due ore e un quarto dopo.

La magistratura pordenonese ha da subito aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti, segno che i familiari di Borriello non sono stati gli unici a voler fare chiarezza sull’accaduto. Sebbene il decesso risalga ad agosto, una spiegazione completa tarda ancora ad arrivare, e ciò non fa altro che aumentare le perplessità intorno alla morte del giovane, in carcere da soli due mesi perché coinvolto nel furto del portafogli di un anziano.

L’associazione Antigone, tramite la sua garante Simona Filippi, ha sollevato a più riprese dubbi riguardo al funzionamento del servizio di assistenza sanitaria del carcere e in particolare riguardo all’ipotizzata mancanza di un defibrillatore nella struttura. Salvatore Quagliotto, direttore del carcere, ha risposto prontamente che il defibrillatore c’era eccome e che «fu prontamente applicato al paziente». Ma se l’unica certezza in questa vicenda è data dal responso dell’autopsia di agosto, che esclude senza ombra di dubbio l’ipotesi di arresto cardiaco, perché utilizzare l’apparecchiatura? Un altro dei tanti dubbi che permangono dalla scorsa estate.

Le indagini procedono lentamente e, come ha fatto notare la Filippi, questi pesanti ritardi «potrebbero anche incidere su un’eventuale prescrizione».

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

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