Iprite: da gas tossico a cura del cancro

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E’ il 1917: durante la Prima Guerra Mondiale, l’esercito tedesco testa ad Ypres, in Belgio, un potente gas tossico, l’iprite. Si tratta chimicamente del tioetere del cloroetano, dal colore giallognolo e dall’odore di aglio e senape (perciò detto  “gas mostarda”), che causa in concentrazioni elevate danni letali all’apparato respiratorio ed ematopoietico, oltre che gravi lesioni cutanee che possono dare origine ad infezioni diffuse.

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formula di struttura dell’iprite

E’ proprio però all’introduzione delle prime armi chimiche che va ricondotta la nascita dei primi farmaci antineoplastici.

I primi studi

Negli anni ’40, infatti, i farmacologi Louis S. Goodman e Alfred Gilman furono reclutati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per studiare i potenziali effetti terapeutici di agenti fino ad allora utilizzati nella guerra chimica. Poiché l’iprite era troppo volatile per essere adatta ad esperimenti di laboratorio, Goodman e Gilman sostituirono l’atomo di zolfo con un atomo di azoto e sintetizzarono le prime azoipriti, anche dette “mostarde azotate”.
Sebbene le armi chimiche fossero state bandite dal protocollo di Ginevra del 1925, durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943, a pochi mesi dall’inizio degli studi sull’iprite, un raid aereo dei tedeschi sganciò bombe al gas mostarda contro la nave statunitense John Harvey, nel porto di Bari, uccidendo mille persone in poche ore.
Le autopsie delle vittime rivelarono la scomparsa quasi totale di linfomi e mielomi, e questo lasciò ipotizzare che l’iprite e, più specificamente, i suoi derivati azotati, potessero essere alla base di uno studio sulla soppressione della divisione di alcuni tipi di cellule cancerose.

Il meccanismo d’azione

Le azoipriti sono agenti chemioterapici citotossici oggi impiegati, in modo particolare, nel trattamento della leucemia.
Sono classificate fra gli agenti alchilanti, farmaci antineoplastici che danno luogo alla formazione di legami covalenti  con varie sostanze nucleofile. Essi hanno una spiccata tendenza a legarsi a macromolecole di composti organici, come DNA e proteine.
Gli effetti citotossici di queste sostanze sono funzione della loro capacità di alchilare il DNA, in modo particolare in corrispondenza dell’azoto in posizione 7 della guanina, generando in questo modo appaiamenti errati e rotture all’interno dei filamenti.
Quest’azione si esplica soprattutto a livello delle cellule caratterizzate da un’elevata capacità di replicazione, come quelle neoplastiche, ed è per questo che i tessuti sani a rapida attività proliferativa (midollo osseo, follicoli piliferi, epitelio intestinale) sono maggiormente danneggiati dai farmaci antineoplastici. I più comuni effetti collaterali sono infatti alopecia, mielosoppressione, nausea e vomito.

La terapia farmacologica, per quanto necessaria nel trattamento del cancro, può essere complementare, ma mai sostitutiva di quella chirurgica.
La difficoltà principale sta infatti nella necessità di eliminare tutte le cellule neoplastiche  per ottenere una guarigione che sia definitiva, perché la sopravvivenza anche di una sola di esse dà origine alla ricomparsa della malattia.

Elisabetta Rosa

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