Il 22 febbraio del 2014 il Governo Renzi prestava giuramento nelle mani dell’allora Capo di Stato Giorgio Napolitano, ed il 25 febbraio del 2014 otteneva la fiducia dal Senato della Repubblica (con 169 favorevoli e 139 contrari) e dalla Camera dei Deputati (con 378 favorevoli, 220 contrari e 1 astenuto).

Con i suoi due anni di attività il Governo Renzi si attesta già come uno degli esecutivi più longevi della storia della Repubblica Italiana: andiamo dunque ad analizzarne l’operato con l’aiuto del minidossier “Fidati di me” stilato dall’associazione Openpolis.

Come sappiamo l’attuale esecutivo è il frutto di quella anomala mozione di sfiducia presentata dalla direzione nazionale del Partito Democratico a carica dell’esecutivo guidato da Enrico Letta, costretto a dimettersi perché accusato di non avere la forza politica per affrontare i problemi del Paese. Un documento breve che in poche ore rottama Letta e consacra Renzi, autoproclamatosi salvatore della patria. Il Segretario promette che il suo sarà un governo diverso da tutti gli altri, assolutamente nuovo e migliore rispetto al passato: il “Governo del fare”, come si sarebbe detto poco dopo.

Nonostante Renzi abbia sempre giocato gran parte della propria retorica sul carattere della “novità” e della “rottamazione”, un dato tra tutti quelli raccolti da Openpolis salta subito all’occhio: «tra insediamenti e rimpasti, dal 2008 a oggi sono stati nominati oltre 200 tra ministri, viceministri e sottosegretari. Nel 30% di queste nomine ricorrono sempre gli stessi volti. Si tratta di 30 persone che hanno svolto o svolgono un ruolo di primo piano in almeno due degli ultimi quattro governi». Trenta persone che dunque segnano una linea di continuità tra Berlusconi e Renzi, a ben otto anni dalla nascita dell’ultimo esecutivo guidato dalla formazione Pdl-Lega.

Cosa c’è di nuovo in questo esecutivo? Di certo il numero di partiti che compongono la coalizione. Siamo passati da due del Berlusconi IV ai sei del Renzi I: Partito Democratico, Scelta Civica per l’Italia, Nuovo Centrodestra, Partito Socialista Italiano, Unione di Centro e Democrazia Solidale.
Ciò che non cambia è invece la tendenza dell’esecutivo ad invadere la sfera legislativa, nell’idea dei costituenti affidata ordinariamente all’iniziativa dei parlamentari e straordinariamente al governo a fronte di ragioni eccezionali. La separazione dei poteri a cui si ispira il nostro sistema costituzionale è un’evoluzione moderna dell’idea mutuata dalla rivoluzione francese per cui la legge è espressione della volontà del popolo, rappresentata secondo l’art. 67 della Costituzione dalle Camere elette a suffragio universale. Ancorare il potere legislativo alla rappresentanza politica era, secondo le premesse dell’Assemblea costituente, il modo migliore per garantire delle leggi che rispettassero la sovranità del popolo, pilastro dell’ordinamento repubblicano in quanto a membri dell’esecutivo possono essere nominati anche cittadini non eletti secondo la discrezionalità della maggioranza, che comunque dovrebbe esercitare un forte condizionamento politico su un governo altrimenti assolutamente slegato dal sistema democratico. Quello che si è verificato in questi anni è però uno stravolgimento dei ruoli, per cui in realtà è il governo a guidare l’azione del Parlamento e non viceversa. Una pratica a detta di alcuni pericolosa perché di fatto riduce l’incisività del voto, già fortemente depotenziato dalla presenza di una legge elettorale priva di voto di preferenza e dominata dal sistema maggioritario che favorisce la formazione di una maggioranza parlamentare stabile, ma indebolisce la rappresentatività.

In questo senso Renzi non cambia nulla ma anzi consolida questo indirizzo: soltanto l’1% delle leggi di iniziativa parlamentare completa l’iter con successo, contro il 30% delle leggi di iniziativa governativa. Dal punto di vista delle tempistiche poi scopriamo che, mentre le leggi governative vengono approvate molto in fretta (156 giorni in media), le leggi di iniziativa parlamentare impiegano almeno un anno per essere approvate (392 giorni in media). Anche sul piano degli emendamenti il parlamento non se la passa meglio: sia al Senato che alla Camera 1 emendamento su 2 che viene approvato proviene dall’esecutivo, mentre gli emendamenti parlamentari hanno percentuali di approvazione quasi insignificanti (5,42% tra i deputati, 1,25% tra i senatori). E se i nostri deputati e senatori non riescono a far approvare le leggi che propongono, né ad influire granché sulle leggi del governo, la rilevanza degli stessi si riduce ancora a fronte di un uso ormai spregiudicato dello strumento della fiducia: nell’era Renzi il 31,01% delle leggi approvate ha necessitato di almeno un voto di fiducia. Chiaramente questo dato dovrà essere aggiornato in quanto il Ddl Cirinnà appena approvato ha richiesto anch’esso un voto di fiducia, portando Renzi ancora più vicino al primato di Mario Monti (50 voti di fiducia del primo, contro i 51 del secondo). Sempre nei rapporti Governo-Parlamento l’esecutivo Renzi si distingue per un tasso di risposta alle interrogazioni parlamentari molto scarso, su 21.000 interrogazioni al governo soltanto il 35,20% hanno ottenuto una risposta.

Al di là della paventata novità, l’esecutivo Renzi sembra in verità l’ultimo atto di un processo di consolidamento della preminenza del potere del Governo sul Parlamento, ormai ridotto a bocca del Presidente del Consiglio e non della volontà popolare, ormai sempre più marginale rispetto alla necessità di “fare”.

Antonio Sciuto

NESSUN COMMENTO