La Brexit e il futuro dell’Europa

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Brexit
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Spesso il gergo giornalistico conia dei termini che restano nella memoria dei lettori, poiché particolarmente efficaci ed evocativi di una determinata situazione: la parola “Brexit” è uno di quelli, una crasi dell’espressione Britain exit, ossia l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea.
D’altro canto, però, non sempre le parole in questione si identificano con accadimenti reali: a volte si usano per definire una situazione possibile che potrebbe non verificarsi. Si pensi alla parola “Grexit”, forse la prima delle –exit utilizzate dei professionisti della carta stampata.
Se, tuttavia, l’uscita della Grecia dall’Unione Europea non è mai avvenuta – nonostante si sia andati molto vicino – quella della Gran Bretagna pare se non probabile, quantomeno possibile.

Tutto è cominciato con l’elezione di David Cameron al numero 10 di Downing Street, il cui progamma politico era basato proprio su questa idea. Il premier, fra l’altro, aveva incassato un importante endorsement persino dalla regina Elisabetta, che in un famoso discorso alla Bank of England inquadrò una simile possibilità come plausibile e per certi versi auspicabile in rapporto agli interessi della nazione.

Sino a poche settimane fa l’ipotesi di una Brexit non sembrava così vicina, vista l’intensa attività diplomatica che Cameron stava intessendo per promuovere una revisione del ruolo del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea. L’obiettivo neanche troppo celato doveva essere quello di ottenere una posizione simile alla Svizzera nei confronti dell’UE, con diversi vantaggi soprattutto in politica monetaria.

Adesso, però, si torna a parlare di referendum, già fissato per il prossimo 23 giugno, giorno in cui l’elettorato britannico dovrà pronunciarsi su una possibile uscita, la Brexit per l’appunto.

Posto che, sinora, in nessun paese dell’Unione hanno mai concretamente prevalso le spinte antieuropeiste, può essere utile domandarsi quali siano le possibilità di vittoria dei “No” e, di conseguenza, le ripercussioni del verficarsi di un’eventuale secessione.
Alla prima domanda si potrebbe rispondere citando dati, proiezioni, sondaggi e umori passeggeri dell’attuale vox populi in salsa d’albione, ma con il rischio di prendere grosse cantonate da qui a giugno, quando le condizioni e la pubblica opinione potrebbero essere completamente diverse da quelle di oggi.

Tuttavia, vista la concreta possibilità di Brexit, data se non altro da un referendum popolare già in agenda, si possono fare delle riflessioni sulle possibili conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

La più logica di queste potrebbe essere lo spirito di emulazione degli altri paesi “euroscettici”, dalla Repubblica Ceca all’Olanda, i cui governi però, a differenza di quello di Londra, non guardano di buon occhio questa soluzione, caldeggiata più che altro da istanze popolari.

Resta da capire se, ora come ora, conviene davvero a qualcuno chiamarsi fuori dal progetto europeo. In Inghilterra qualcuno pensa di sì, ma l’attività relazionale di Cameron con i vertici dell’UE suggerisce che siamo ancora nel pieno delle trattative e che il referendum di giugno si svolgerà quasi certamente in condizioni politiche molto diverse da quelle di oggi.

Quindi, per tornare alle previsioni di poc’anzi, la risposta è più che mai incerta, tanto che il segretario britannico alla difesa Micheal Fallon ha parlato di big gamble (grande scommessa) per definire un’eventuale uscita del suo paese dall’Unione Europea.
A questo punto, più che una gara fra euroscettici e sostenitori della partecipazione del Regno Unito all’UE, il referendum di giugno potrebbe rivelarsi un confronto fra giocatori d’azzardo e fautori della prudenza politica.

Carlo Rombolà

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