La Francia tra lo Stato di diritto e l’état d’urgence

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Il 16 febbraio 2016, la Francia, tramite il Parlamento, è stata nuovamente chiamata a scegliere tra le libertà fondamentali e la loro limitazione. La scelta, con 212 voti favorevoli, 31 contrari e 3 astensioni, è ricaduta sul secondo elemento: lo stato di emergenza – instaurato a seguito degli attentati del 13 novembre – è stato prolungato sull’intero territorio nazionale per ulteriori tre mesi, sino al 26 maggio 2016.

«I terroristi si cibano delle paure. Loro vogliono farci credere che dobbiamo scegliere tra la libertà e la sicurezza. […] Uno Stato democratico deve opporsi alla barbarie del terrorismo, evitando di indebolire lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti dell’uomo» afferma Nils Muiznieks, commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, in un editoriale pubblicato su Le Monde.
Le parole di Muiznieks invitavano la Francia a non rinnovare lo stato di emergenza, erano un grido a quel Parlamento che si sarebbe riunito di lì a breve a non perseverare nella limitazione delle libertà – condizione in grado unicamente di diffondere malcontento, timori e diffidenza nella popolazione. Una popolazione che, il 30 gennaio, ha dato vita a manifestazioni in diverse città francesi contro le catene rappresentate dall’état d’urgence, esternando il malcontento nei confronti di una classe dirigente che non sembra avere intenzione di restituire alla Francia quei diritti che le sono sempre appartenuti.
Muiznieks denuncia tra gli effetti più preoccupanti dello stato di emergenza le misure messe in opera contro persone di fede mussulmana o presunta tale, misure quali ricerche senza autorizzazione giudiziaria, perquisizioni, arresti domiciliari, cui s’aggiungono quei danni di natura psicologica e sociale che rendono oggettivamente complessa la convivenza serena tra coloro ingiustamente accusati e la società intera.

A denunciare la tendenza alla discriminazione e la poca utilità ai fini della lotta al terrorismo dello stato di emergenza in Francia è anche la Commissione Consultiva Nazionale per i Diritti dell’Uomo (CNCDH), la cui presidente Christine Lazerges ricorda che «lo stato di emergenza è una condizione eccezionale che deve rimanere circoscritta nel tempo […]. L’uscita dallo stato di emergenza è una decisione politica difficile, ma imperativa. Il tributo che lo stato di emergenza esige dalla Nazione e dai suoi cittadini è troppo pesante, il rispetto dello stato di diritto è un orizzonte non negoziabile». La CNCDH sottolinea quanto perquisizioni, arresti e, più in generale, misure messe in atto si siano rivelati poco utili alla lotta al terrorismo: su oltre 3000 indagini, solo 29 reati sono stati reputati in qualche modo legati a tale fenomeno. Lazerges, in relazione agli abusi che hanno visto protagonisti mussulmani – e, stando ad alcune segnalazioni, rom e migranti –, ribadisce che ai sensi dell’art. 4-1 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, anche «in caso di pericolo pubblico eccezionale» non è possibile dar vita alla «discriminazione fondata unicamente sulla razza, sul colore, sul sesso, sulla lingua, sulla religione o sull’origine sociale».
Egualmente contraria allo stato di emergenza in Francia è anche l’Organizzazione non governativa Human Rights Watch, che a propria volta cita un rapporto di Amnesty International sugli abusi ai danni della popolazione francese. La Francia ha certamente il dovere di difendere i cittadini dal pericolo di attentati, ma la strada percorsa attualmente, volta a limitare lo Stato di diritto, è da molti reputata errata, oltre che di dubbia utilità allo scopo dichiarato.

Contemporaneamente alla decisione di prolungare lo stato di emergenza, l’Assemblée Nationale, con 317 voti favorevoli e 199 contrari, porta avanti il progetto di revisione costituzionale «di protezione della nazione» voluto dal presidente Hollande. L’art. 1 intende introdurre nella Costituzione il regime dello stato di emergenza – prorogabile unicamente dal Parlamento e per quattro mesi, con possibilità di rinnovo –, durante il quale è vietato sciogliere l’Assemblée. L’art. 2 riguarda la possibilità di revocare la cittadinanza ai colpevoli, nati o meno in Francia, di reati configurabili quali gravi attentati alla vita della Nazione.
La Francia di Hollande non sembra, dunque, animata dalla volontà, malgrado lo scontento manifestato dalla popolazione e le obiezioni sollevate da più parti, di porre fine a una condizione che da straordinaria diviene sempre più ordinaria. Diritti e libertà appaiono repressi, in bilico, pronti a cedere il passo ad un contesto fatto di sospetto e catene invisibili – elementi che, silenziosi, s’insinuano ovunque.

Rosa Ciglio

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Rosa Ciglio, classe ’90. Allergica ai dogmi, al buonismo e alla ferocia della superficialità, scrive perché convinta che informazione, riflessione e confronto siano tra le fondamenta di una società. Per Libero Pensiero si occupa principalmente di diritti e geopolitica.

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