Corte di Strasburgo: «Italia responsabile della tortura di Abu Omar»

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Abu Omar
Abu Omar

L’Italia è il secondo Stato del Consiglio d’Europa ad essere condannato dalla Corte di Strasburgo per la violazione della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), precedentemente era toccato alla Macedonia.

La sentenza è stata emessa il 23 febbraio, e il giudizio ha riguardato il comportamento dello Stato italiano nei confronti della vicenda Abu Omar, l’ex-imam egiziano di Milano indagato e condannato nel 2013 a 6 anni di reclusione per associazione con finalità di terrorismo internazionale. Prima ancora di essere processato, Nasr Osama Mostafa Hassan (questo il suo vero nome) venne rapito a Milano il 17 febbraio 2003 da agenti della Cia, nell’ambito di tutto quel genere di operazioni post-11 settembre che vennero successivamente denominate extraordinary renditions. Una volta trasferito in Egitto, venne qui sottoposto a feroci torture prima di essere rilasciato.

I comportamenti in contrasto ai valori della CEDU che sono stati imputati dalla Corte all’Italia sono principalmente tre: l’illegittima e troppo vasta apposizione del segreto di stato da parte di quattro presidenti del consiglio dal 2005 al 2013 (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta), la mancata richiesta di estradizione degli agenti Cia condannati e la diretta partecipazione alle torture subite da Abu Omar.
La sentenza mette in evidenza l’operato di inquirenti e magistrati «che ha permesso di identificare le responsabilità e di pronunciare le condanne», ciò avvenne in contrasto però con il volere dei Presidenti del Consiglio che si sono succeduti nell’apporre il segreto di Stato: «Il principio legittimo del segreto di Stato è stato con tutta evidenza applicato per impedire che i responsabili rispondessero delle proprie azioni».

Riguardo ai diritti violati nelle pratiche di tortura operate in Egitto, secondo la Corte, l’Italia «deve essere considerata direttamente responsabile della violazione», poiché i suoi funzionari non hanno adottato le misure necessarie a scongiurare l’accaduto.

Il processo in breve

Come messo in evidenza dal documento redatto dalla Corte di Strasburgo, il pur lungo e complicato iter processuale in questione era arrivato a stabilire colpe e pene: la Corte d’Appello di Milano aveva infatti condannato il 12 febbraio 2013 gli ex vertici del Sismi Nicolò Pollari e Marco Mancini rispettivamente a 10 e 9 anni, e gli altri imputati, i tre agenti dei servizi Luciano Di Gregorio, Giuseppe Ciorra e Raffaele Di Troia, a 6 anni di reclusione.
Condanne erano arrivate anche per i 23 agenti Cia coinvolti e per due ex-funzionari del Sismi, Pio Pompa e Luciano SenoPio, nell’ambito della più ampia sentenza della Corte di Cassazione del 19 settembre 2012, il reato implicato era per tutti il sequestro di persona.
Allo stato attuale delle cose le uniche condanne a permanere almeno formalmente sono queste ultime, mentre per i 5 processati dalla Corte d’Appello è prevalsa l’interpretazione assai estesa del segreto di Stato che Strasburgo evidenzia.
Ma, anche le condanne non cancellate, lo sono quasi tutte nella realtà dei fatti: non è mai stata richiesta l’estradizione per gli agenti Cia processati, Giorgio Napolitano il 6 aprile 2013 ha concesso la grazia a Joseph Romano, allora colonnello della base Nato di Aviano, mentre Sergio Mattarella ha graziato circa 2 mesi fa l’ex capo della Cia milanese Bob Lady e l’ex segretaria d’ambasciata Betnie Medero.

Per quanto riguarda i primi 5 condannati, già il 15 dicembre 2010 erano stati dichiarati non processabili dalla Corte d’Appello, in base al Segreto di Stato. Ma tale sentenza era stata annullata nella già citata sentenza della Cassazione del 19 settembre 2012, nella quale venne accolta la richiesta dell’accusa, che aveva evidenziato l’esistenza di prove valutabili e non coperte da segreto.
Quindi la condanna del 12 febbraio 2013, preceduta però dall’intervento del governo, che decise di sollevare conflitto d’attribuzione di fronte alla Consulta a seguito della sentenza con cui la Cassazione, il 19 settembre 2012, annullò la sentenza di non luogo a procedere del 2010.

Il pronunciamento della Corte Costituzionale del 14 gennaio 2014 ha fatto poi cessare definitivamente i processi in atto: venne riconosciuta la legittimità del segreto di Stato.
La Corte di Cassazione dunque annulla la sentenza della corte d’appello del 12 febbraio 2013, assolvendo Nicolò Pollari, Marco Mancini, Giuseppe Ciorra, Raffaele di Troia e Luciano Gregori.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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