Pasolini: lo splendore dell’eresia

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“E non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te. […] Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. […] Eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo.”

Queste le spietate parole che Oriana Fallaci scrisse in una lettera indirizzata all’ “eretico corsaro” per eccellenza, a colui che mal tollerava il bieco conformismo ipocrita della borghesia italiana, che con lo splendore dell’eresia impudicamente infrangeva le barriere tediose del perbenismo squallido e indigente, colui che era spinto dall’assurda e meravigliosamente folle pretesa di far affiorare l’umanità presente in ogni uomo, eppure ben celata dalle aberranti maschere della società; colui il quale fu ucciso dall’assassino perverso e infido dell’indifferenza: Pier Paolo Pasolini.

“Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.”

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Come un esule che pur di difendere la propria dignità fugge dall’amata terra natia, così Pasolini al tempo del secondo conflitto mondiale, con il sublime coraggio di chi sa scegliere e non si lascia sopraffare dal demone della massa grigia e incolta, non si schierò con i fascisti; al contrario, ai tempi della Repubblica di Salò, mentre la violenza atroce impazzava e annientava le vite, così nella dimora del poeta, il potere silenziosamente anarchico della cultura e della letteratura vinceva la cecità dell’inumanità efferata e barbara della guerra. Le trame della sua personalità irruente e mirabilmente temeraria già si intessevano e presto sarebbero potute esplodere attraverso il cinema, la letteratura e la poesia.

“Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni.”

E i sogni lo accompagnarono per la sua intera vita.

Allergico alle ordinarie convenzioni, al pudore insensato imposto dalla Chiesa cattolica come atto di sudditanza e di potere, Pasolini diede alle stampe testi che destarono scalpore, splendidi nella loro feroce irriverenza, che furono additati dal bigotto conservatorismo puritano come “pornografici, immorali, senza senso del pudore”. Questo il destino di “Ragazzi di vita”, che narrava il tema scabroso della prostituzione omosessuale con lo scopo di effigiare il turpe periodo del dopoguerra italiano, così come accadde per il film “La ricotta” per il quale il “poeta corsaro” fu accusato di vilipendio della religione, avendo vilipeso, invece, secondo Alberto Moravia, solo “i valori gretti della piccola e media borghesia italiana”.

“Chi dice che io sono uno che non crede, mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso. Io posso essere uno che non crede, ma uno che non crede che ha nostalgia per qualcosa in cui credere.”

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La disperazione, il prendere atto della cornice sociale e storica entro la quale egli consumava il suo tempo non spegneva il suo bagliore, la fulgente luce dell’audacia e dell’eroismo di cui era dotato; al contrario, faceva divampare l’incendio, rendendolo un personaggio eccessivamente scomodo, che declamava il miraggio della verità, che amava scandalizzare, perché “chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. E proprio in questa prospettiva si colloca il film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” in cui, ispirandosi all’omonima opera del marchese De Sade, uomini e donne sono vittime di torture sessuali fino ad annullare la loro personalità, la loro dignità, il loro pensiero, così come le coscienze si annientano di fronte a ciò che lo stesso Pasolini denomina come l’anarchia del potere, quel potere del consumismo e del capitalismo che soggioga e ipnotizza, che è carnefice della tradizione.

Del resto, “le lucciole sono scomparse”.

Pier Paolo Pasolini fu ucciso a Roma il 2 novembre 1975, in circostanze ancora poco chiare. Secondo Pietro Citati, egli

“voleva soltanto conoscere la morte atroce, immotivata, vergognosa – la vera morte, non quella lenta e pacifica che noi sopportiamo nei nostri letti educati –: la morte che aveva sempre reso terribile la sua dolcezza.”

Ancora oggi, le parole tratte da “Lettere luterane” risuonano come un importantissimo insegnamento e monito:

“Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro. […] T’insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.”

Clara Letizia Riccio

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