Room, cronaca di una rinascita

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Room, film diretto da Lenny Abrahamson, è sicuramente la sorpresa più gradita dell’88esima edizione degli Accademy Awards.

Si parte da una vicenda di cronaca nera ispirata (e in parte modificata) ad un evento realmente accaduto: Joy vive da sette anni segregata in un capanno; da cinque è in compagnia di suo figlio Jack, un bambino che non ha mai visto cosa c’è oltre le mura di quella stanza/prigione.room

La vicenda di Joy e Jack è raccontata attraverso uno sguardo, quello del regista Abrahamson, calibrato, poetico e mai morboso. Ciò che stupisce è che il punto di vista principale è quello del bambino (interpretato dal sorprendente Jacob Tremblay). La stanza, che lui considera come l’unica realtà esistente, è un universo carico di suggestioni e piccoli piaceri quotidiani. Positività che si scontra con lo sguardo provato e affranto di un’altrettanto straordinaria Brie Larson.

Room si divide nettamente in due parti ben distinte e Abrahamson riesce a muovere la sua macchina in modo eccelso sia nello spazio angusto della stanza sia nel mondo esterno. Pochi registi (vedi Tarantino) riescono ad avere la stessa maestria quando ambientano le loro vicende in spazi ristretti. Nella prima ora di film, struggente e catartica, vengono presentati i due personaggi e il loro stato di prigionia fisica. Nella seconda invece il concetto di prigione resta, ma questa volta è nella mente di Joy. La donna infatti, a differenza del piccolo Jack, ancora malleabile, non riesce a cancellare le violenze subite. Anzi, in lei si insinuano dubbi che peggiorano la sua già precaria psiche. Sarebbe stato meglio chiedere al suo carnefice di portare Jack, appena nato, fuori dal capanno per dargli la possibilità di vivere una vita normale? È stata egoista nel tenerlo con sé tutti quegli anni? L’unica risposta che la donna riesce a dare è quella forse più semplice: lei è la madre, perché si sarebbe dovuta dividere dal figlio? Straordinario anche il modo in cui lei disconosce il padre di Jack. Perfino il legame biologico viene a cadere se c’è disamore. Discorsi (attualissimi) che lacerano il cuore della donna e che colpiscono lo spettatore dritto nello stomaco.

La potenza del film risiede anche però nella capacità di prendere un evento così duro e reale e di trasformarlo in metafora universale sui contatti umani. Jack considera la televisione (quindi ciò che è finto) come un mondo a due dimensioni che non esiste. Quando lui si troverà nel mondo reale non riuscirà subito a comunicare con chi lo circonda, anzi cercherà proprio nella televisione (o negli smartphone) una sicurezza ormai perduta. Solo grazie alla sua purezza e alla sua gioia di vivere (traduzione del nome della madre) riuscirà a superare un trauma apparentemente insuperabile.

Room è un film puro, misurato nella regia, nella scrittura e nei personaggi che lo abitano. Lo spettatore, se disposto, avrà la possibilità di vivere un’esperienza (cosa rara nel cinema moderno) piena di suggestioni. Persino la commozione non sarà frutto di una facile enfatizzazione dei temi trattati, bensì di un sincero trasporto emotivo prodotto dalla perfetta unione di tutti gli elementi in scena.

Andrea Piretti

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Nato a Napoli il 12 dicembre 1990, subito dopo aver concluso gli studi scientifici mi sono interessato al mondo del cinema laureandomi presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli in Fotografia-cinema e televisione con una tesi sul Neorealismo e i fratelli Dardenne. Lavoro attualmente come sceneggiatore e regista, auto producendo i miei progetti ormai da più di tre anni.

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