Il caso Zaman: Erdogan e la censura della stampa

In Turchia il quotidiano di opposizione Zaman è stato commissariato. Dopo due giorni è tornato in edicola con chiara posizione filo-governativa.

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È ormai risaputo che la Turchia non è un posto per fare liberamente informazione. Seppur si presenti alla stampa internazionale come una democrazia in progresso, il governo turco ha incarcerato più giornalisti rispetto ad ogni Paese del mondo.

Già nel 2013, Reporter Senza Frontiere classificava la Turchia alla posizione 154 (su 180 totali) nel suo ranking riguardo la libertà di stampa e definiva la Repubblica turca come «la più grande prigione al mondo per giornalisti». I motivi vanno ricercati nel complesso delle disposizioni legislative previste dal codice penale turco, nel quale i concetti di repressione e censura della libertà di espressione e di stampa assumono un ruolo predominante.

La gran parte dei giornalisti condannati in Turchia – attualmente circa 30 – è accusata di incitare la popolazione ad una rivolta armata contro il governo di Recep Tayyip Erdogan (vietato dall’art. 311 del c. p. turco), oppure di collaborare con un’organizzazione terroristica o di appartenere proprio ad un’organizzazione terroristica (vietato dall’art. 312 del c. p. turco). Alle condanne e ai sequestri, poi, si aggiungono i licenziamenti, le offese pubbliche e i processi mediatici.

Qualche mese fa, Libero Pensiero aveva già approfondito e analizzato alcuni casi di censura e di limitazione della libertà di stampa in Turchia, in particolar modo riguardo ad un giornalista di VICE News arrestato con l’accusa di favoreggiamento dello Stato islamico.

L’ultimo episodio, riguardante la dittatura censuriale di Erdogan, risale a sabato scorso, quando la polizia turca è entrata con forza all’interno della redazione di Zaman, il quotidiano più letto nel paese con circa 650mila copie giornaliere, utilizzando proiettili di plastica, gas lacrimogeni e idranti. Il tutto è scaturito dalla sentenza del tribunale di Istanbul, con la quale si è deciso di porre sotto amministrazione controllata il gruppo editoriale del giornale, Feza, a causa dei suoi presunti legami con Fethullah Gulen, considerato da Erdogan, prima alleato ed ora acerrimo nemico, come un cospiratore e accusato di sostenere il cosiddetto “Stato parallelo”. Zaman, così, era diventata la principale voce di opposizione al governo turco e tutti i suoi membri erano ormai entrati nel mirino dell’autorità governativa.

Proprio mentre un folto gruppo di manifestanti protestava contro la sentenza, la polizia turca ha sfondato i cancelli, scortato all’interno della sede i nuovi amministratori nominati dalla corte e licenziato il direttore del giornale e il giornalista Bulent Kenes. «Stiamo attraversando i giorni più bui e cupi in termini di libertà della stampa, che è un caposaldo della democrazia e dello stato di diritto», recitava una nota sul sito del giornale subito dopo l’accaduto.

Tuttavia, dopo poche ore, i siti internet di Zaman e della sua versione inglese Today’s Zaman, così come gli account social ufficiali, sono stati chiusi e “ripuliti”, dando spazio solo ad un annuncio in cui era scritto: «Presto torneremo con notizie di qualità e neutrali”. 

«La decisione del tribunale di Istanbul di nominare amministratori per guidare Zaman e altri mezzi di comunicazione non è altro che una mossa velata dal presidente per sradicare i media di opposizione e di controllo delle politiche di governo» – ha commentato Emma Sinclair-Webb su Human Rights Watch – «Questa sentenza deplorevole è l’ultimo colpo per la libertà di parola in Turchia».

Lunedì mattina, precisamente due giorni dopo il commissariamento, Zaman è tornato sorprendentemente in edicola con una linea editoriale completamente rovesciata, assumendo posizioni palesemente filo-governative. In alto a sinistra (nell’immagine sopra) è stata posizionata una foto di Erdogan mentre stringe la mano ad un’anziana donna e in prima pagina campeggia un titolo riferito alla costruzione quasi ultimata di un ponte nel Bosforo e viene trattato il tema della guerra civile contro i curdi, omaggiando con delle foto i soldati “martiri” uccisi dai ribelli armati.

Molte critiche sono giunte da parte della comunità internazionale. «In una società democratica il pensiero critico va incoraggiato, non messo a tacere», hanno commentato da Washington«Seguiremo questo caso da vicino. La Turchia, come Paese candidato, deve rispettare la libertà dei mezzi di comunicazione», ha scritto invece sul proprio account ufficiale Twitter il Commissario europeo per la Politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, Johannes Hahn. Dichiarazioni pesanti anche da Mosca, dove il ministro degli esteri ha espressamente chiesto «un esame imparziale e minuzioso da parte del Consiglio d’Europa e dell’Osce».

Il premier turco, Ahmet Davutoglu, ha risposto alle accuse dicendo: «C’è un processo giudiziario per esaminare le accuse di operazioni politiche, incluso il finanziamento illegale. Non abbiamo mai interferito nel processo giudiziario – e ha aggiunto – La Turchia ha il diritto di interrogare quanti prendono parte a un chiaro tentativo di colpo di Stato, sia esso economico o giornalistico, contro un governo eletto».

Il dibattito sui diritti di parola, stampa e informazione in Turchia rappresenta un tema delicato. La comunità giornalistica internazionale ne è consapevole, a tal punto che più di 50 editori provenienti da ogni parte del mondo, tra cui gli italiani Mario Calabresi ed Ezio Mauro, hanno scritto e firmato una lettera aperta al presidente Erdogan in cui si ribadisce che «la Turchia è uno Stato che fa parte della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e del Patto internazionale sui diritti civili e politici. La Costituzione turca del 1982 rende i diritti contenuti in questi strumenti internazionali a disposizione dei suoi cittadini in patria. Tutte le istituzioni statali turche hanno, quindi, l’obbligo di rispettare e ad adottare misure volte ad assicurare il diritto alla libertà di espressione».

Nonostante ciò e i continui appelli da parte dei membri della società internazionale e delle istituzioni di tutto il mondo, la Turchia continua ad essere un luogo estremamente pericoloso per chi svolge un lavoro elevatamente nobile, quello del giornalista, il cui unico fine è la scoperta della verità e il cui essenziale dovere è informare su di essa, in piena libertà. Ma ci sono posti nel mondo, come appunto in Turchia, in cui la verità, ahimè, non rende affatto liberi.

Andrea Palumbo

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