ItinerArte: Artemisia Gentileschi, una donna simbolo

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Artemisia Gentileschi
Artemisia Gentileschi

Come di consueto, torna l’appuntamento con la rubrica di ItinerArte. Questa settimana è ricorso l’8 marzo e senza schierarci a favore o contro cogliamo solo lo spunto per una riflessione. Di donne simbolo nel mondo ce ne sono state tante, ma quello dell’arte ne vanta una eccezionale:  oggi parliamo di Artemisia Gentileschi , donna, artista e precorritrice di una lunga lotta di genere.

 Artemisia Gentileschi
“autoritratto come allegoria della pittura”

Artemisia Gentileschi sembrava non essere destinata ad occupare il giusto peso di artista e donna che, invece, faticosamente si conquistò. La sua è stata una vicenda biografica emblematica nella quale si sono intrecciati fattori determinati:  il contrasto col padre Orazio, dal quale subirà le prime influenze artistiche e poi il tradimento dell’amica Tuzia e lo stupro che subì nel 1611 da parte di Agostino Tassi, quell’uomo che alla fine Artemisia non sposò e che dovette pagare per il reato commesso. La fama di questa artista è stata troppo a lungo eclissata perché considerata esclusivamente paladina del femminismo, cosa che è andata a discapito del suo operato artistico. Bisognerà attendere i principi del ‘900 affinché nella letteratura artistica si inizi a parlare di Artemisia Gentileschi come artista di valore e di fama.

Artemisia Gentilesch
“Susanna e i vecchioni”

Nata a Roma l’8 luglio del 1593, Artemisia cresce in un ambiente familiare di importante fervore culturale, conosce artisti e amici del padre e sin da piccola mostra un forte interesse per la pittura. Gli anni che caratterizzano la sua formazione sono cruciali per la Capitale, nascono nuove chiese ma soprattutto vi lavorano artisti già di fama come i fratelli Carracci e il Caravaggio. Le prime opere pittoriche sono tutt’altro che caravaggesche, prevale più  la lezione del padre e un certo richiamo al Michelangelo della Sistina.

Artemisia Gentileschi
“Madonna col Bambino”

Susanna e i vecchioni” (1609)  è citato come il primo capolavoro di Artemisia Gentileschi e se il padre fu il suo principale maestro questo lo si vede nel disegno anatomico dei corpi , nell’uso del colore, nelle stesure delicate e nelle raffinate capigliature. Nella successiva “Madonna col Bambino“(1610) l’artista infonde maggiore delicatezza ai tratti somatici, enfatizzati dal tono delicato dei rosa. Questo capolavoro  è quello che richiama più da vicino Michelangelo sia per il vigore del corpo che delle pieghe delle vesti.

Artemisia Gentileschi
” Giuditta che decapita Oloferne”

Nella due “Giuditta che decapita Oloferne” di Firenze e Napoli  prevale ancora lo schema paterno ma per la prima volta compare il prepotente realismo di Caravaggio,  da cui Artemisia Gentileschi riprende l’immaginario di violenza cruda e sanguinolenta. La fase di allontanamento dallo stile paterno e l’avvicinamento alle più contemporanee esperienze è caratterizzato anche da opere più di maniera  fiorentina come “Giuditta e la fantesca“(1613) in cui le due donne sono elegantemente vestite e ornate di gioielli, segno di una conquistata emancipazione. Al periodo fiorentino appartengono molte opere e solo per citare qualche altro esempio, dipinse la Maddalena Penitente, una Minerva e l’Allegoria dell’inclinazione.

Guditta e la fantesca
“Giuditta e la fantesca”

A seguito del processo per stupro, Artemisia è costretta ad abbandonare Roma per raggiungere Firenze, ma esauritasi la committenza fa tappa anche a Genova e  a quest’ultimo periodo appartengono  “Lucrezia” e “Cleopatra“, entrambe del 1621. La prima opera è accostabile alla Maddalena di Firenze mentre la seconda è una contaminazione di stili; la posa ricorda sia le Veneri di Giorgione che la statua dell’Arianna addormenta dei Vaticani. Dopo alcuni anni trascorsi in giro per l’Italia, l’artista ritorna a Roma con un bagaglio formativo più ampio e consapevole. Benché ripete temi già trattati, nella nuova “Giuditta e la fantesca” dà massima prova di tutto il realismo barocco e proprio in questo capolavoro viene fuori maggiore drammaticità espressiva e un forte uso del chiaroscuro.

 Artemisia Gentileschi
“Clio” , musa della storia

L’ultima fase artistica di Artemisia Gentileschi si conclude a Napoli, dove morì nel 1652. All’epoca la città partenopea era un fecondo centro culturale, meta di artisti e mercanti in cerca di fortuna. Le opere che crea in quest’ultimo periodo risentono di una certa “decadenza”, legata  sia a problemi di natura economica, per cui accettò commissioni meno importanti e sia a l’affievolirsi della vena artistica. Significativa è la “Clio” dove Artemisia conserva ancora tutta quella solida plasticità della figura, ma il colore ritorna ad essere più lussuoso e luminoso.

Rossella Mercurio

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