Appalti: vecchie insidie del nuovo codice

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La materia degli appalti è sempre considerata “misteriosa”. Non sono bastati a renderla comprensibile o a garantire il minor costo per le pubbliche amministrazioni la legge sulla contabilità di Stato, la legge Merloni, la direttiva appalti e il codice degli appalti, di cui ben presto resterà solo una lapide in ricordo del suo fallimento.

Un testo confusionario che ad ogni enunciazione di principio ha fatto seguire una eccezione, di cui facilmente si sono avvalse le pubbliche amministrazioni desiderose di assicurare lauti guadagni a imprenditori truffaldini. Si pensi ad esempio alla previsione dell’affidamento diretto (in gergo tecnico “procedura negoziata senza bando di gara”) per cui, in casi di urgenza, è possibile individuare direttamente e senza indugio il soggetto privato a cui assegnare l’appalto. Una eccezione a cui dovrebbe ricorrersi in casi rari, e che è diventata la regola (la Protezione Civile di Bertolaso vi faceva un ampio, e secondo la Procura della Repubblica illegittimo, ricorso ).

Non sono servite neanche le varie autorità di vigilanza che si sono succedute nel tempo. L’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici è stata soppressa e le sue funzioni trasferite all’ANAC (Autorità Nazionale Anti-Corruzione, a sua volta ex CIVIT). ANAC che lamenta, per mezzo del suo rappresentante Raffaele Cantone, l’assenza di somme di denaro bloccate dalla burocrazia. «Non ce l’ho con il governo» ha dichiarato l’ex-magistrato, il quale lancia accuse ma non individua gli accusati. L’ennesimo caso italiano in cui non esistono colpevoli e non esistono colpe: è solo il mero caso che da tempo sembra essere l’unico responsabile dei malanni di questo paese.

Ed ecco uno dei primi punti maggiormente controversi del nuovo codice degli appalti, che il Governo presenterà presto alle Camere grazie ad una legge delega con scadenza il 18 aprile 2016: l’affidamento di ogni potere all’ANAC, che diventa così il monolite della guerra al malaffare. Una guerra condotta con mezzi inadeguati. La centralizzazione delle funzioni è efficace solo se l’organo ha strutture capillari, solo se può essere presente nel territorio, solo se ha un numero di persone consono. L’ANAC, per sua stessa confessione, non ha queste capacità, e ciononostante Cantone è stato a favore del nuovo testo. Un nuovo mistero.

E nuovi problemi. Il disegno di legge dedica molte disposizioni alla lotta alla corruzione, ma è inefficace con riguardo alla lotta alle infiltrazioni mafiose. Il problema non è stato adeguatamente affrontato: il Governo non ha consultato i rappresentanti di pubblica sicurezza, i magistrati che contrastano le organizzazioni mafiose, i sindacati che in Sicilia da tempo denunciano prassi scorrette e reiterate che nascondono illeciti affari; specie per la gestione dell’emergenza migranti, per la quale, guarda caso, si è fatto ampio ricorso all’affidamento diretto. Il Governo non se ne è occupato, e a dire il vero la legislazione antimafia sembrerebbe soddisfare i ministri italiani, che non ritengono di doverla modificare.

Anzi, sembrerebbe aver persino agevolato alcune prassi (si spera per ingenuità). Il nuovo testo elimina infatti ogni limite alla concessione di subappalti, precedentemente del 30%. Cos’è il subappalto? È l’ipotesi in cui l’impresa appaltatrice decida, per svolgere il proprio compito, di ricorrere ad altre imprese. Per esemplificare: l’amministrazione A stipula il contratto di appalto con l’impresa B per la costruzione di una casa. L’impresa B si rivolge alla impresa C per ottenere i materiali e all’impresa D per ottenere gli operai. Il problema è che molto spesso l’amministrazione A non sa della esistenza delle imprese C e D, si limita ad avere rapporti con l’impresa B e sull’impresa B si concentrano i controlli. Una famiglia mafiosa potrebbe dunque rivolgersi ad una impresa “pulita” e soggetta a controlli e, con i subappalti, trasferire denaro alle imprese C e D. Con il nuovo testo sarà più semplice realizzare queste tattiche.

L’iter per l’emanazione del nuovo codice sarà lunga. Il testo sarà oggetto dei pareri delle Commissioni parlamentari, le quali probabilmente non avranno molta voglia di creare dissidi interni con il Governo, poi del parere del Consiglio di Stato, che probabilmente segnalerà la sussistenza di simili problemi, avendo spesso volto la propria attenzione in sede consultiva a problemi di natura sostanziale, ed infine di dibattito parlamentare.
Tre fasi che speriamo saranno sufficienti a far comprendere che in nome dello slogan “tempi certi e rapidi” non è possibile ridurre i controlli all’osso: efficacia e celerità non sono due concetti antitetici, ma richiedono di essere coniugati, senza favorire la seconda e sacrificare la prima.

Vincenzo Laudani

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