Uno spettro si aggira nella maggioranza di Governo e tutte le “potenze” della celeberrima minoranza del Partito Democratico si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe per fermarlo: ben lungi dall’evocare spettri rossissimi fuori stagione e mutatis mutandis, ovviamente, − del resto Metternich, il Papa e lo Zar si sentirebbero ancor più offesi nell’essere paragonati a Bersani − è curioso notare come un singolo senatore come Denis Verdini possa creare tanto scompiglio tra le fila di un partito al governo.
Classe 1951, ex-Forza Italia e un passato da banchiere, con controverse vicende giudiziarie alle spalle − qualcuna anche davanti, in verità − il senatore del gruppo parlamentare ALA sta riuscendo nel difficilissimo obiettivo di condizionare pesantemente l’attività parlamentare e la stessa discussione politica fuori da esso.

Senza dubbio ha svolto e sta svolgendo un grandissimo lavoro politico, riuscendo a ritagliarsi un ruolo determinante nelle ultime settimane e tentando parallelamente di sfaldare il PD dall’interno, in un quadro in cui nella minoranza dem si comportano tutti da utili idioti per attaccare Renzi in una battaglia persa in partenza.

All’improvviso si scopre che Denis Verdini è l’ago della bilancia. E tutto ciò con un manipolo di fuoriusciti da Forza Italia che stanno ora appoggiando il Governo e per di più con un gruppo che alle elezioni nazionali non potrebbe sperare di raggiungere il 2%.
Dov’è l’inganno?

Per volare c’è bisogno di un’ALA, o anche due.

In altre parole: per far passare le leggi in Parlamento ci vogliono i numeri, freddi, marmorei.
È per questa ragione che Matteo Renzi, questa volta, non può che avere ragione e sa già cosa ribattere al fantomatico Congresso del partito chiesto a gran voce dalla “solita” minoranza: il PD ha sì la maggioranza alla Camera, mentre al Senato non ha i numeri per far passare nessuna legge da solo. Al di là dell’analisi politica di quanto accaduto con la legge Cirinnà e delle discutibilissime scelte del Governo che porta a casa un provvedimento azzoppato di una sua parte fondamentale − e che non riesce nemmeno a far passare il messaggio che la tanto discussa “adozione del figliastro” NON equivale alle adozioni tout court (qualcuno ha sentito il Presidente del Consiglio esporsi apertamente su una questione tanto spinosa?) − c’è comunque da constatare che politicamente, stando ai numeri, non c’è altra scelta che guardarsi intorno nel tentativo di formare nuove maggioranze.

È così che Alfano e Verdini, sconosciuti ai più e destinati a rimanere nell’anonimato di percentuali infime, diventano determinanti per il Governo del Paese.
Ma lo scopre oggi, Roberto Speranza, di essere alleato con Alfano? Ci si accorge ora, all’interno del PD, che il renzismo ha stravolto alla radice la sua stessa classe dirigente? Che è l’incarnazione della peggior forma di catch-all party e di politica liquida, così poco ideologica e così tanto interessata a servirsi dei voti di chicchessia, anche dell’ex-berlusconiano Verdini, nella misura in cui ciò non ha rilevanza mediatica e non sottrae consensi?

Questo dibattito tra minoranza dem e verdiniani, con i vertici renziani del Partito Democratico nella difficile situazione di doversi difendere dalle critiche interne e parallelamente dover far finta di minimizzare l’appoggio di ALA al Governo, lascia due grandi vincitori: Matteo Renzi, che esce pulitissimo da queste beghe interne, guardandosi sempre bene dall’intervenire in questioni che l’opinione pubblica nazionale non comprenderebbe e utilizzando lo spettro dell’appoggio esterno per addomesticare la minoranza interna; e Denis Verdini, ovviamente, anch’egli irrilevante mediaticamente ma con tutto l’interesse a sostenere il Governo in cambio di favori vari. Magari un abbassamento della soglia per entrare in parlamento nella nuova legislatura. O chissà.

Verdini e il gioco delle primarie

Qui casca l’asino, in tutti i sensi. Perché, se dal PD smentiscono ufficialmente qualsiasi entrata in maggioranza del gruppo dei senatori che nelle scorse settimane hanno votato la fiducia sulla Cirinnà, Verdini e compagnia non ci stanno a vedere ridimensionato il loro ruolo.
Ecco allora che, a precisa domanda, si risponde che non solo il gruppo ALA fa parte della maggioranza, ma lo sarà per molto tempo e «con convincimento».

Non solo. Alla vigilia delle difficilissime primarie all’interno del Pd, svoltesi la scorsa domenica, Verdini ha dichiarato che avrebbe votato tranquillamente ai gazebo, sostenendo apertamente le candidature “renziane” di Sala a Milano e Giachetti a Roma, preannunciando liste civiche centriste a loro sostegno al momento delle amministrative.

Anche Napoli al centro della bufera, dove la vittoria finale di Valeria Valente, che ha superato di poche centinaia di voti (452) un candidato scomodo come Bassolino, sarebbe stata “benedetta” proprio da circa 800 voti verdiniani: il senatore ha confermato di aver mandato parecchi amici a votare, complice la presenza nello stesso gruppo di ALA di parecchi parlamentari campani.

Voci di corridoio alle quali, di questi tempi − e conoscendo il puntualissimo scandalo brogli sulle primarie del centrosinistra a Napoli − è giusto prestare la dovuta attenzione, dove rappresentano se non altro il sintomo di una crisi interna al PD che, senza Renzi e la sua capacità di attrazione, resta di difficile soluzione su scala territoriale.
O almeno, di certo, non saranno i mosci compagni della minoranza dem a trovarne una.

Antonio Acernese