Diritti umani in Italia: l’inciviltà di una nazione civile

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Discriminazione e violenza, sono queste le accuse rivolte all’Italia contenute nel Rapporto 2015-2016 di Amnesty International teso a documentare «la situazione dei diritti umani in 160 paesi e territori durante il 2015».

L’Italia presa in esame è una nazione ostile al diverso da sé, che fatica a rinnovarsi e ad assicurare reale tutela a coloro che ne abitano i confini.
Il Rapporto denuncia i rischi cui sono esposti migranti e rifugiati, denuncia l’inesistenza del reato di tortura, denuncia la presenza di discriminazioni su base etnica e sessuale – denuncia, in sostanza, l’inciviltà di una nazione civile, mettendone in evidenza le contraddizioni e le lacune.
I diritti umani appaiono mortificati in un contesto che li sbandiera e li osanna senza tuttavia garantirli appieno.

Il disegno di legge “Introduzione del delitto di tortura nell’ordinamento italiano”, approvato dalla Camera in aprile e ad oggi fermo al Senato, avrebbe avuto il pregio di introdurre e regolamentare il reato di tortura in Italia. «Chiunque con reiterate violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa» è il testo proposto dalla Commissione al fine di definire le condizioni necessarie affinché si identifichi come “delitto di tortura” l’agire di un soggetto.
La formula si presenta formalmente corretta, tuttavia appare particolare la scelta di qualificare come «reiterate» e «gravi» le violenze e le minacce, poiché genera due possibili dubbi: cosa accada in caso di violenza non reiterata e in base a quale sensibilità si debba giudicare come «gravi» degli atti volti a ledere un individuo. Perplessità a riguardo sono espresse da Antonio Marchesi, presidente italiano di Amnesty International – «dice che per essere riconosciuta tale, la tortura deve essere reiterata. Ma cosa significa? Che una volta sola si può fare?» –, il quale mostra di riporre poca fiducia nel disegno di legge, che seppure approvato non assicurerebbe una maggiore tutela dei diritti umani – «la legge in questione è comunque pessima».
In tema di violenza, Amnesty non manca di ricordare i decessi in custodia, che hanno tinto di foschi colori le pagine di cronaca, mettendo in discussione soggetti che, in qualità di forze dell’ordine, dovrebbero essere i pilastri della società civile, le certezze in cui riporre piena fiducia.

In attesa è anche il disegno di legge “Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia”, approvato dalla Camera dei deputati nel 2013 e in discussione al Senato. Il provvedimento, è intuitivo, introdurrebbe nell’ordinamento italiano misure volte a contrastare la discriminazione fondata sull’omofobia e sulla transfobia, spesso focolaio di atti qualificabili come bullismo e violenza, sia di natura fisica che psicologica.

Tale lacuna, nell’ambito dei diritti umani, si affianca all’assenza della cosiddetta “legge sulle unioni civili”, in grado di garantire alle coppie omosessuali diritti e doveri pari a quelli delle coppie eterosessuali.

Il ddl Cirinnà, presentato nell’ottobre del 2015, che si propone di disciplinare le unioni civili e le coppie di fatto, è stato continuamente oggetto di dubbi e modifiche, sino al “maxiemendamento” che ha eliminato la stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà per le coppie omosessuali; modifiche di questo tipo, oltre ad essere in contraddizione con il proposito di “parità di diritti”, evidenziano l’inadeguatezza dell’Italia dinanzi al tema dei diritti umani: in una società che si dice civile, garantire l’uguaglianza dovrebbe essere, dopotutto, una priorità.
In tema di discriminazioni il Rapporto di Amnesty International pone all’attenzione anche la condizione vissuta dalle famiglie rom: non esiste possibilità alcuna di rintracciare la tutela dei diritti umani in «campi e rifugi segregati», dai quali sembra essere impossibile fuggire. Si auspica, dunque, la messa in opera di misure realmente efficaci per consentire a queste famiglie, spesso in disagio economico, non solo un tenore di vita dignitoso, ma anche l’integrazione nel tessuto sociale italiano.

A incrinare il rapporto tra l’Italia e la tutela dei diritti umani è anche la condizione in cui versano rifugiati e migranti che giunti su suolo italiano vengono accolti negli hotspot e troppe volte trasferiti nei centri di identificazione ed espulsione per il rimpatrio.
Ciò che viene denunciato è un atteggiamento di rifiuto e di insofferenza nei confronti dei richiedenti asilo e migranti, per i quali vi sarebbe il rischio di «essere sottoposti a detenzione arbitraria e raccolta forzata delle impronte digitali nei centri designati come “hotspot”».
Il mese di marzo è iniziato con l’iniziativa delle organizzazioni del Tavolo Nazionale Asilo, le quali hanno presentato un documento in cui sono state elencate le violazioni dei diritti umani registrate negli hotspot; tra le varie, ciò che rappresenta un’importante fonte di preoccupazione è la facilità con cui uomini e donne vengano identificati come “migranti economici” e in quanto tali esclusi dalla procedura di asilo e rispediti in patria, privi di sostegno – sia umano, che economico – e di tutela.

Oltre alla questione legata all’accoglienza, Amnesty pone l’attenzione anche sull’elevato numero di decessi in mare.

«Durante l’anno, circa 2.900 rifugiati e migranti sono morti o scomparsi in mare mentre tentavano la traversata» è la sentenza contenuta nel Rapporto, che denuncia la «riduzione delle risorse per il pattugliamento preventivo» dovuta alla scelta di sostituire l’operazione “Mare Nostrum” con l’operazione “Triton”. È stato solo nel mese di aprile che i governi europei hanno ritenuto che fosse necessario tornare a pattugliare il Mediterraneo centrale; di pari passo, sono state introdotte misure atte a fronteggiare il traffico di esseri umani – provvedimenti che hanno avuto il pregio di ridurre la mortalità durante le traversate.

Le donne, il sesso debole, sono un’ulteriore tassello del puzzle discriminatorio e povero di tutela che disegna i contorti della penisola italiana. A essere denunciati sono la violenza sulle donne e il femminicidio – i due fenomeni non sono affatto sulla via dell’estinzione.
Una società, quella italiana, incapace dunque di essere all’altezza dei diritti umani finanche nel tutelare il quotidiano, domestico e non, delle donne che ne abitano i confini: la violenza in tante occasioni non viene denunciata, e pur in caso di denuncia non vi sono garanzie concrete per la vittima – un paese non in grado di assicurare sicurezza è un paese che abusa emotivamente delle sue cittadine, istruendole schiave di un sistema che rischia di abituarle all’idea di essere inermi.

Lo Stato italiano, osservato attraverso la lente impietosa del Rapporto, è uno Stato in attesa di provvedimenti che tramutino i diritti umani, ancora concetti astratti, in realtà tangibili.

«Nonostante le promesse del governo, ancora una volta l’Italia non è riuscita a creare un’istituzione nazionale per i diritti umani», al fine di tutelare le minoranze, contrastare le discriminazioni e inibire la violenza.
L’Italia è invitata a rinunciare del tutto alle rovine di un passato fatto di abusi e razzismo, e ciò in favore di un presente, prima ancora che di un futuro, caratterizzato da quei diritti che nel loro definirsi “umani” trasformano la massa in una folla di individui dotati di dignità e opportunità.

Rosa Ciglio

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