Il Nostos Teatro e la sua prima produzione “Sine Aire”

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Sine Aire

Una bolla d’aria rarefatta, un cantuccio del cuore, freddo e restio, che spera, portando la sua tensione ad un livello massimo, fino al suo soffocamento. Gli spettatori di Sine Aire (prima produzione firmata Nostos Teatro, e in scena nei giorni 19 e 20 marzo) si sono ritrovati catapultati in una dimensione in cui a regnare è l’assenza, terribile e assassina.

La regista Silvana Pirone ci racconta come tre elementi chiave si sono potuti ben amalgamare per dar vita ad un teatro viscerale, che apre un nuovo percorso, in cui le parole sono spesso inutili di fronte al linguaggio del corpo.

Tutto ha inizio quando Silvana è stata insignita di un premio al Festival Internazionale di regia “Fantasio Piccoli”. Il suo progetto si basava su uno studio di “Aspettando Godot” unito al testo di Metterlich “I ciechi, poi arricchito da un viaggio in Giappone e alla curiosità per la foresta dei suicidi. Così Sine Aire ha mosso i suoi primi passi con la collaborazione del drammaturgo Luigi Imperato.

Le due attrici Sara Scarpati e Maria Teresa Vargas hanno danzato nell’oscurità della sala, inghiottite dal buio della loro cecità. Il terzo protagonista è Giovanni Granatina, un uomo divorato dai suoi mostri, che ci svela l’artificio teatrale: Sara e Maria interpretano la stessa persona, una donna che ama inconsapevolmente, leggera e pura, infettata da un mondo che non può vedere e dalle paure di un amato che, sommerso dalle sue ansie più cupe, l’ha fatta specchiare faccia a faccia con la sua coscienza, con la consapevolezza di non esistere abbastanza.

“Non mi hai mai visto, è inutile raccontarsi storie, bisogna vedere per amare.”

Bisogna vedere per respirare. “La luce è come quando respiri, quando resti senza aria si fa buio e cerchi di respirare ma non ci riesci, hai bisogno del sole.”

Sono le parole di un uomo che non accetta la condizione della sua amata, che vede nella profondità dello sguardo tutti i segreti. La cecità non è un mezzo di conoscenza, lei resterà per sempre inconsapevole.

I due si ameranno tanto da autodistruggersi. “Io non vedo il mio cuore, sono io il cieco.. bisogna vedere per amare. Non capiva. Non sapeva che il suo amore potesse uccidermi.”

Il tema dell’assenza aleggia per tutta la sala. Elementi cardine sono i cappotti neri sospesi, afferrati con foga durante le danze e stretti con disperazione.

“La figura dei vestiti è emblematica” ci suggerisce la regista. “L’attrice abbracciando quelli neri, all’inizio dello spettacolo, è come se stringesse un corpo vuoto, che non esiste. Ciò fa quindi da specchio all’idea del ‘non vedere, esistere a metà’. Durante il ballo cercano di indossare il cappotto facendolo volteggiare, con il classico gesto che non ci permettere di infilare la seconda manica. Ecco, in questo caso invece ho voluto indicare quel senso di inettitudine che affligge un po’ tutti, quella serie di azioni che lasciamo a metà, i non detti, il non fare davvero. Infine l’abito diventa bianco. Finalmente liberata dal suo corpo, la donna vive il suo sogno di essere una sposa. Ma quando capisce che il suo tempo è in realtà finito, quando tocca la sabbia della clessidra, subentra la disperazione.”

Tratta dalla figura degli alberi di “Aspettando Godot”, anche in Sine Aire abbiamo8802_10207658656178922_8639196947434873138_n  un’immagine ben identificata che ci dà l’esatta idea dello scorrere del tempo: una dannunziana clessidra, sospesa al centro della sala, che lascia scorrere la sua sabbia sui protagonisti, lenta e graduale, come se si facesse portavoce di quella natura matrigna della Ginestra leopardiana. La sabbia aleggia e danza con gli attori, sulle note delle musiche di Davide Giacobbe che, ci ha rivelato, essere nate per pura ispirazione e collegamento immagine – musica.

Ultimo tema della rappresentazione di Sine Aire è quello della fede. La donna si rifà spesso a Dio, da buona credente ripone tutte le speranze in lui, ma anche questo appare quasi come un’astrazione per l’uomo.

“Perché hai fatto in modo che si fidasse di me? Era solo una preda, io ti ho sfidato. [..] Il mio agnello era là, pronto a sacrificarsi per te. Io sono scappato, ma tu non c’eri. C’era solo l’agnello sacrificato per te e il suo Amore.” Urla contro il cielo, cieco di quella gioia che avrebbe potuto provare, se solo non avesse “rotto i giocattoli che avrebbe voluto ancora giocare e sopravvivere ad una vita che avrebbe voluto ancora godere.”

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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