Alda Merini: la poesia “folle” e libera

0
553
Merini

“Nobile grazia di Venere e coraggio di Madre
dolcezza dell’umano genere
diangelo di stile.”

In sublimi e sommesse parole, malgrado il loro numero esiguo, la loro semplicità disarmante, Norman Zoia effigia ineccepibilmente il ritratto di una donna e poetessa che percorse le orme dell’intero secolo del ‘900 e lo fregiò con il suo mondo interiore devastante e meraviglioso al contempo, smisurato ed esorbitante per un solo essere umano, eccessivo, ineccepibilmente scomodo per la sua grondante autenticità, seducente nell’addentrarsi nei meandri tentatori, seppur sconosciuti, della follia. Questa la dimensione raccapricciante e celestiale che avvolgeva Alda Merini e che si profondeva come un fiume in piena nelle poesie scritte durante l’intero corso della sua vita.

“Alda scriveva sempre, incontrollatamente, per salvarsi la vita e per perderla ritrovandola”,

racconta di lei Aldo Nove.

Merini

La poesia non è contenuta nelle trappole dell’ordinario, nelle prigioni della pedissequa grammatica o nello stile infecondo e avaro dei “poeti laureati”, al contrario tracima, straripa, straborda al punto da sfuggire alle stucchevoli interpretazioni umane, al tentativo vano di canonizzare le parole, di voler a tutti i costi ascrivere tale bellezza ad un filone letterario. Fiera e indomabile, l’anima della Merini grida attraverso quegli stessi componimenti, invoca il sacro nome della libertà: libertà che è l’ossigeno della vita.

“Non invischiate le mie mani libere

con le vostre false carezze 

cercando di togliere il vanto 

della mia ispirazione.”

Quella stessa straordinaria anarchia, la splendida impertinenza verso tutto ciò che è contrario alla libertà è comune denominatore anche della vita della poetessa. Allergica ad ogni gabbia sociale, avversa alle inibizioni, ai vincoli, alle regole, Alda Merini è moglie e amante, sacerdotessa e prostituta, sposa e bambina, figlia e sorella, travalicando, così, ogni convenzione miseramente umana:

“In me l’anima c’era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.”

Questa l’essenza inestricabile della raccolta “Vuoto d’amore”, così come de “La Terra Santa”.

Merini

I limiti non esistono, l’anima supera se stessa al punto da sconfinare nella follia, la “Clinica dell’abbandono”. Per la poetessa dei navigli la follia giustifica, salva, permette di uscire fuori dai ranghi senza che vi sia la necessità di puntare il dito contro; non giudica, comprende; non condanna, assolve. In un manicomio c’è molta più autenticità, limpidezza che non nella vita condotta abitualmente dagli uomini, schiavi delle maschere attaccate ai loro volti, assoggettati dal pensiero discriminante. Nella dimensione dei “matti”, connotata da una perversa innocenza, si annega negli aberranti abissi di se stessi, pulsano ed esplodono le forze vitali, la spontaneità tanto biasimata, l’inconscio celato, i brividi ventosi dell’indicibile, gli impulsi reconditi, sovvertendo totalmente gli schemi della “regale umanità”. La Merini, infatti, trascorse molti anni della sua vita in ospedali psichiatrici.

“Così ho cavalcato cavalli d’ombra
e gli altri che mi hanno
visto correre senza briglie
mi hanno considerato pazza.”

Pazza, e quella stessa pazzia si trasfonde nell’amore, così immenso e predominante, fuori dai limiti umani, dal potere annichilente, erotico e mistico allo stesso tempo, spirituale, ma che infiammava la carne offrendola ad un dio dell’eccesso. Quello stesso amore, a metà tra una lasciva sensualità e un serafico candore. Celebri, infatti, sono i componimenti in cui si denota l’accesissima fede cristiana della Merini, ma, al contempo, non mancano poesie in cui si riversa smodatamente la lancinante potenza dell’eros che caratterizzava la stessa poetessa.

Merini

Io sono folle, folle,
folle di amore per te.
Io gemo di tenerezza
perché sono folle, folle,
perché ti ho perduto.
Stamane il mattino era sì caldo
Che a me dettava questa confusione,
ma io ero malata di tormento
ero malata di tua perdizione.

Proprio come una tempesta che distrugge tutto ciò che tange, ma meravigliosa nella sua impervia inquietudine, nei suoi sconvolgimenti insigniti dal germe della follia, così proruppe la chimerica personalità di Alda Merini.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Clara Letizia Riccio