Primarie viziate, primarie contestate, primarie che riducono la base elettorale del partito. Chi sarebbe disposto ad affermare che dopo i recenti comportamenti criminosi di Napoli o le ambigue file di cinesi a Milano il Partito Democratico abbia rafforzato la propria immagine? Eppure le primarie resistono agli anni e alle critiche, poiché il loro scopo non è quello dichiarato.

Data la formula elettorale finora vigente, il partito è rappresentanza della totalità della città o della nazione solo nelle sue componenti elette. Nel suo complesso si dovrebbe porre al di fuori della “black box” del potere, ovvero l’immaginaria “scatola nera delle decisioni” in cui i governanti pensano le politiche senza fare più i conti con i governati, immettendo al suo interno solo i suoi delegati forti di legittimazione popolare.
Un tempo il partito si poneva come il ponte tra la sfera delle decisioni e la popolazione, mantenendo il piede in entrambe le staffe, ma la nascita delle primarie italiane è il simbolo che oggi questa posizione è mutata, e che il partito si è spostato quasi interamente al di fuori della società civile.
Che senso avrebbe far eleggere alla popolazione di una città il candidato sindaco ideale del proprio partito se questo avesse la sua base ben radicata tra la gente comune? Trattasi di cittadini tesserati che esprimono la propria preferenza per altri cittadini tesserati: un processo che non avrebbe motivo di uscire dalle proprie sedi, espletabile con un dibattito interno utile.
L’Italia non ha le dimensioni e le conseguenti difficoltà a confrontarsi degli USA; vada per le primarie nazionali, ma quelle locali hanno veramente una funzione ancora poco chiara.
Questo è però un macchinario che continua, seppur tra mille difficoltà, a sfornare candidati, ed è bene dunque percepirne a pieno il senso.

Si veda bene che quanto detto riguardo all’apparente insensatezza di un voto allo stesso tempo pubblico e interno al partito non vale più se riferito alle recenti primarie di Napoli e Roma del 6 marzo. Queste sono state infatti, come si è soliti dire, “aperte”, avevano facoltà di voto non solo i tesserati PD, ma tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune.
Riguardo ai pregi e ai difetti della formula “chiusa” o “aperta” si sono già espressi in molti e con pareri spesso discordanti, ma è chiaro a tutti che la discussione è fine a se stessa, dato che le primarie aperte hanno vinto da tempo la battaglia.
Queste aprono il bacino di utenza a dismisura, e sono l’unica soluzione utile a evitare, al momento di calcolare i numeri dell’affluenza, figure ancor più magre delle presenti. È vero, forse corrono il rischio di essere manipolate da Mafia Capitale, masse di cinesi o camorristi, ma sembrano al momento l’unica soluzione praticabile.
Quando il Sottosegretario di Stato al Ministero delle Riforme costituzionali e Rapporti con il Parlamento Ivan Scalfarotto il 27 settembre 2012 argomentava sul giornale del suo partito l’utilità delle primarie aperte, però, evidenziava un ulteriore vantaggio della formula, decisivo per la sua definitiva imposizione: la possibilità che questa dà di «favorire la vittoria del leader più adatto a intercettare il consenso degli italiani. Di tutti gli italiani, senza distinzione di contrada». Le primarie aperte viste dunque come un grande termometro nazionale e locale, un “sondaggione” vincolante.

Quando i partiti, forti di un’identità storica naturale, esprimevano i propri candidati per compiacere chi in quella storia e tradizione si riconosceva, erano inutili le primarie. Oggi che però la necessità di ottenere largo consenso ha fatto sì che anche alcuni capisaldi del pensiero di ogni partito possano essere rivisti per compiacere la moltitudine, le primarie servono eccome. Non ai cittadini, ma a chi per mestiere cerca di accattivarseli.
Il corrispondente italiano di Le Monde Philippe Ridet ha sintetizzato le due condizioni affinché queste consultazioni siano efficaci strumenti di legittimazione: «che nessuno imbrogli e che la partecipazione sia alta». Oltre ad essere le condizioni per una efficace legittimazione, queste sembrano essere anche le basi per una “ricerca sociale” veritiera, se guardiamo alle primarie con gli occhi di Scalfarotto. I voti di scambio poco rappresentano la reale tendenza del voto onesto, e la numerosità ridicola delle ultime consultazioni inficia l’inferenza statistica della valutazione, rendendo possibile l’ascesa di personaggi che hanno poca coscienza della potenziale risposta dei cittadini alla loro candidatura, l’ex sindaco di Roma Marino docet.
Tolte le primarie nazionali, la cui affluenza attuale è scarsissima se confrontata a quella del passato decennio ma che comunque conservano una minima valenza sondaggistica, quelle locali per i motivi sopra esplicitati non sembrerebbero dunque avere alcuno scopo, se non quello di evitare un confronto interno al partito.

Eccoci tornati dunque alla prima funzione considerata, quella che accomuna primarie aperte e chiuse, e che consente a questa competizione politica di perdurare negli anni: la sua funzione evitante.
Non sono stati rari i casi di personalità che hanno utilizzato le primarie per legittimarsi a livello locale o nazionale nonostante un establishment partitico ad essi contrario, si veda Renzi, ma anche dall’altra parte dell’oceano Trump.

Le primarie sembrano essere attualmente lo strumento più utile per scalare la scena politica senza passare dal confronto interno al proprio partito, che dal canto suo esprime sempre meno autonomamente i suoi vertici e, come fatto notare dal politologo Giovanni Sartori, tende a dividersi in correnti a seconda dei vari candidati.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

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