Il Tempio di Nettuno aperto a Pasqua

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Nettuno
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Il celebre Tempio di Nettuno, appartenente all’area archeologica di Paestum, torna ad essere finalmente aperto al pubblico dopo circa vent’anni.  L’occasione costituisce un vero e proprio dono effettuato nei confronti dei numerosi visitatori, da sempre desiderosi di godere della bellezza di tale preziosa testimonianza dello splendore dell’epoca classica antica. Per la particolare occasione, la scelta è ricaduta sui giorni costituenti il week end di Pasqua, fra sabato 26 e domenica 27 marzo, attendendo, pertanto, il riversarsi di un gran numero di turisti, per i quali l’eccezionalità dell’occasione risulterà ampiamente fruibile.

L’orario di apertura e di accoglienza al pubblico coinciderà con quello consueto del sito archeologico considerato, protraendosi dalle 8.00 fino alle 18.00.

I visitatori avranno la possibilità di ammirare dall’interno lo splendore di quello che possiede il vanto di essere considerato il tempio greco conservato nelle migliori condizioni all’interno della penisola italiana, mantenendo vivo, in modo ancora più evidente rispetto ad altri monumenti di tale categoria, l’antico splendore che lo caratterizzò e che giunge intatto, sino ad oggi, attraverso i secoli.

Il Tempio di Nettuno, Paestum e l’incanto esercitato nei secoli.

Il Tempio di Nettuno è stato da sempre un oggetto di particolare attenzione da parte degli studiosi e degli artisti di epoca contemporanea, ma una notevole attenzione è stata riscontrata, procedendo a ritroso nei secoli passati, da parte di influenti personalità artistiche e letterarie, che hanno conferito al prezioso edificio il proprio interesse culturale. Tutt’oggi, l’impatto emotivo  che questo straordinario monumento è in grado di esercitare su qualsiasi visitatore sensibile alle meraviglie dell’antica architettura classica, costituisce il principale approccio ad esso. Siamo, pertanto, in una condizione non eccessivamente distante da quanto messo in evidenza dal celebre Goethe, il quale rappresentò con espressioni di elogio e meraviglia l’incontro con l’intera Paestum e con i suoi  suggestivi ruderi, muti testimoni immersi nella desolazione della piana pestana. Fra le pagine del suo celebre testo Viaggio in Italia, egli illustrò l’immagine del tempio, definendolo “Il più splendido quadro che porto interamente con me nel nord”.

Si deve all’impegno nell’ambito della riscoperta di antichi siti culturali esercitato dal sovrano Carlo di Borbone, la definitiva riscoperta della città antica. In tal modo, vennero pubblicate le prime stampe che ritraevano quei luoghi, disegni e schizzi degli artisti attratti dalla bellezza del sito archeologico. Fra tali documenti, assumono un ruolo di particolare importanza le splendide tavole del Piranesi, del Paoli, del Saint Non, risalenti tutte al XVIII secolo, senza dimenticare il ruolo di grande importanza assunto dallo storico dell’arte Winckelmann, che richiamò l’attenzione sui monumenti pestani. Il sito archeologico di Paestum divenne in breve celebre e costituì una tappa obbligata del cosiddetto Grand Tour.

Il Tempio di Nettuno, originariamente noto anche come Tempio di Hera (o meglio, Tempio di Hera II, per non confonderlo con l’altro, la cosiddetta Basilica), fu eretto a Poseidonia, definita poi in ambito latino come Paestum, intorno alla metà del V secolo a.C.

Le numerose interpretazioni architettoniche nel corso dei secoli hanno posto in risalto tale edificio, definendolo come uno degli esempi più compiuti dell’ordine architettonico dorico, al quale risulta ascritto.

La struttura presenta, ad oggi, un’architettura ben conservata rispetto agli altri monumenti di quel tempo, in virtù dello stato di secolare abbandono in cui cominciò a versare il sito, in seguito all’impaludamento che condusse al conseguente arrivo della malaria nei primi secoli dell’era cristiana.

Negli ultimi mesi, il Tempio di Nettuno ha costituito il centro di interesse di un ingente studio finalizzato a porre in evidenza le caratteristiche sismiche dell’edificio considerato. Il progetto di ricerca è stato promosso dalla Soprintendenza archeologica della Campania insieme alle università di Salerno e Kassel in Germania.

Giovanna De Vita

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