5 motivi per non votare al referendum del 17 aprile

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Trivelle: ormai, sui social, non sento parlare d’altro. Il 17 Aprile si andrà a votare per un referendum, a detta dei NoTriv, “fondamentale“, “politico“, ma che è semplicemente un referendum farlocco, una perdita di tempo che nulla da e nulla toglie all’attuale normativa, de facto.

Ecco, quindi, 5 motivi per i quali eviterò di recarmi alle urne per questo referendum finto, inutile, inficiato da una campagna NoTriv spesso basata su bufale e, in special modo, sulla paura delle persone a cui si rivolgono, puntando più alla pancia che al ratiocinio.

  1. COSA DICE IL QUESITO? Il referendum non si occupa di fermare tutte le trivelle, ma prettamente quelle off-shore (in mare). Le sole trivelle interessate da questo quesito sono quelle attive nelle acque territoriali, cioè a 12 miglia (22.2 km) dalla costa. Cosa significa questo? Significa che, anche nel caso in cui i NoTriv vincessero, un’azienda potrà comunque costruire una piattaforma di estrazione a 22.3 km dalla costa. Nel caso del disastro, che alcuni ambientalisti paventano, cosa cambia per le coste italiane? Nulla sul piano ambientale, subiremmo gli stessi danni di piattaforme nelle acque territoriali; tutto sul piano legale dove nulla, o quasi, potremmo fare. Inoltre, dato che condividiamo l’Adriatico (principale zona di estrazione) insieme alla Croazia e dato che questa, dotata di un discreto programma petrolifero, non ha alcun programma di stoppare le trivelle avremmo in ogni caso piattaforme a poca distanza dalle coste italiane. Non è meglio tenerle sotto la legislazione e controllo statale?
    Il quesito chiede di non rinnovare le concessioni alle trivelle attualmente in opera. Cosa significa? Significa che, allo scadere della concessione, non ci sarà alcuna proroga alle aziende. Tutto giusto, se non fosse che l’attuale normativa ha già previsto questa cosa, con una sola differenza: l’attuale normativa permette alle aziende, testimoniata la possibilità di estrarre ancora idrocarburi dal pozzo già perforato, di ottenere una proroga per terminare l’estrazione degli idrocarburi. Allora chiedo ai NoTriv: che senso ha lasciare idrocarburi abbandonati a loro stessi dato che, nel 2014, con una produzione in calo, hanno partecipato per il 10% del fabbisogno nazionale? Con gli impianti già costruiti e collaudati, sarebbe sciocco abbandonare il tutto, tanto vale esaurire le risorse e procedere ad una transizione verso l’energia pulita più delicata e sostenibile. Gli ambientalisti, invece, denunciano la scarsità di idrocarburi prodotta dall’Italia, dimenticando che si produce il 12% del fabbisogno nazionale di gas (in un mercato dove la Russia predomina e con pochi altri detentori della risorsa) e detiene una delle maggiori ricchezze di idrocarburi di tutta Europa.
  2. POSSIAMO DIVENTARE INDIPENDENTI DAGLI IDROCARBURI? Volenti o nolenti, l’Italia non passerà domani stesso al 100% di energie rinnovabili: passeranno ancora decenni prima di una tale rivoluzione. In tale ottica, sul piano ambientalista, che senso ha privare l’Italia dell’energia prodotta in casa con l’ovvio aumento delle navi petroliere e gassiere in arrivo in Italia? Senza contare l’enorme apporto di denaro che, queste attività, tra tasse e royalties, porta alle casse dello Stato, portando ad una diminuzione della bolletta energetica di 4,5 miliardi ogni anno.
  3. LA TRIVELLAZIONE DISTURBA LO SVILUPPO DEL TURISMO? Falso, anche se gli ambientalisti si divertono a diffondere queste bufale. L’attività estrattiva in Italia si basa soprattutto in due aree: zona adriatica al largo di Emilia-Romagna, Marche ed Abruzzo; zona siciliana, in particolare nel Canale di Sicilia. Le attività estrattive sono cominciate, ormai, da 60 anni, periodo nel quale, parallelamente, sia la Sicilia che l’Emilia ha vissuto un forte incremento dell’attività turistica, smentendo, semplicemente ed oggettivamente, questo costrutto ambientalista.
  4. STRAGE AMBIENTALE: POSSIBILE? La cosa che ritengo più indegna della campagna dei NoTriv è l’insistenza di giocare sulle paure della gente. Si richiama sempre all’incidente del Golfo del Messico e a quello di Fukushima, consci (spero) che le situazioni sono completamente differenti. In Italia si produce molto più gas che petrolio, un idrocarburo relativamente pulito e che non ha l’impatto ambientale del petrolio.
  5. QUESTIONE LAVORO Ultimo, ma non per importanza, motivo per dire No al referendum è la questione lavoro. Come spiegato dalla CGIL e CISL, fermamente schierata a contro il referendum, con la chiusura delle piattaforme si perderanno migliaia di posti di lavoro, oltre 6mila nella sola provincia di Ravenna e 40mila in tutta la regione, tra ingegneri, lavoratori presenti sulle piattaforme e lavoratori dell’indotto, con la perdita di centinaia di aziende che, insieme ai dipendenti più qualificati, emigreranno verso altri e più razionali lidi.

La conclusione più chiara a cui arrivo quindi è la seguente: il referendum, proposto da alcuni consigli regionali il cui unico scopo è quello di far pesare questo voto “politico” (??) per ri-acquisire competenze eliminate dalla riforma costituzionale, è sfruttato dal fortissimo e diffusissimo “Partito del NO”, un partito informale contrario a qualsiasi cosa e che ha l’unico obiettivo di prendere consensi populisticamente, giocando sulla paura della gente piuttosto che sulla verità scientifica. E, infatti, questi “coordinamenti” NoTriv sono costellati da piccole associazioni, comitati locali et similia guidati da interessi politici locali, più che reali interessi generali.

Ecco perché, dato che a mio parere questo tipo di decisioni dovrebbero essere prese da tecnici ed esperti e non certo da una popolazione plagiata dalla campagna della paura, non andrò a votare e farò campagna per l’astensionismo, come una qualsiasi persona razionale dovrebbe fare.

Francesco Di Matteo

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