Il voto di questa settimana ha praticamente certificato, in campo democratico, la nomination di Hillary Clinton che si è affermata in modo netto su Sanders in Florida, Ohio, Nord Carolina e Illinois.

Se dall’entourage di Sanders rimarcano però che la corsa è ancora lunga, poiché molti ancora sono i delegati da assegnare, Hillary Clinton, già proiettata alla sfida del prossimo novembre, ha attaccato Trump, rimarcando la necessità che il prossimo presidente debba unire piuttosto che dividere, farsi garante dell’unità di un tessuto sociale che pure in questi anni è stato scosso da tensioni profonde, che sembravano sopite da tempo.

Nel Partito Repubblicano, le ultime vittorie di Trump, tra cui quella rilevantissima in Florida, nonché l’addio alla campagna di Marco Rubio, su cui pure il partito e l’elettorato moderato del GOP avevano puntato, accelerano i tempi per scelte decisive cui saranno chiamati i leaders repubblicani.

L’establishment, che considera Trump troppo estremista per vincere a novembre, spera ancora di fermarlo. Varie le strategie sul tavolo.

La prima è quella volta ad impedire che il magnate raggiunga la soglia di 1.237 delegati che renderebbe automatica la sua nomination, e quindi rimettere tutto in discussione durante la Convention del partito che si terrà a Cleveland in luglio. In quel caso ad emergere potrebbe essere la figura del moderato Kasich, che pure si è affermato in Ohio, stato di cui è governatore.

Se questa opzione si rivelasse impraticabile secondo il NyTimes, i vertici del partito starebbero preparando un’ultima exit strategy: candidare un indipendente per le elezioni generali, così da difendere gli storici principi repubblicani e offrire ai conservatori tradizionali un’alternativa ad un Trump mai amato e ritenuto eccessivamente populista.

In questo caso i nomi in agenda pare possano essere quelli di Tom Coburn, ex senatore dell’Oklahoma che parrebbe essere disposto a scendere in campo, e Rick Perry, ex governatore del Texas (che pure si rese protagonista di una magrissima figura alle primarie del 2012 nonostante alcuni sondaggi lo vedessero addirittura in testa in un ipotetico scontro per la presidenza con Obama).

Del resto, però, se l’avanzata di Trump si confermasse inarrestabile, i vertici del partito potrebbero trovarsi costretti ad appoggiarlo, sia perché lo stesso Trump potrebbe candidarsi da indipendente e tagliare le gambe a qualsiasi velleità di vittoria repubblicana, sia perché l’elettorato che finora ha votato Trump potrebbe ribellarsi e disertare le urne.

Così facendo si favorirebbe Hillary Clinton dacché il magnate è stato capace di catalizzare la rabbia della classe media, delusa da Obama, contro il sistema e la classe politica tradizionale.

Sarà quindi da tenere in conto, per il GOP, che ormai vari fattori hanno trasformato le primarie repubblicane in un referendum pro o contro Trump e che a nulla sono serviti l’ondata di pubblicità negativa riversata contro di lui dai suoi concorrenti, la mobilitazione della società civile, gli spot “al veleno” pagati dai superpac repubblicani, l’ostilità del suo partito e dei media, anche internazionali.

Gennaro Dezio

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