Referendum NoTriv: come orientarsi tra le bufale degli astensionisti

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Secondo l’enciclopedia Treccani, un paradosso è definibile come «una tesi che sembra contraddire l’opinione comune o i principi generali di una scienza, ma che, all’esame critico, si dimostra valida» o anche «al contrario, una dimostrazione che, partendo da un presupposto falso e condotta con apparente rigore logico, si risolve definitivamente in un sofisma».

Fare informazione su un argomento scientifico è già difficile di per sé: da un lato c’è la necessità di tener fede ai risultati di una ricerca, cosa che richiede tempo, volontà di approfondire e una cultura minima – se non vere e proprie competenze tecniche; dall’altro ci sono le esigenze semplicemente comunicative, per cui un articolo che voglia diffondere un messaggio deve essere breve, conciso e espresso in forma semplice.

Fare informazione sul referendum del 17 Aprile “sulle trivelle” è tanto più difficile, ancor più in Italia, dove la sensibilità sulle questioni ambientali è molto meno sviluppata rispetto ai Paesi del Nord Europa. Di questi giorni, però, tale compito è diventato addirittura paradossale: non solo c’è l’esigenza di portare al grande pubblico un tema dibattuto in ambito scientifico (con argomentazioni che per natura difficilmente arrivano ad essere trattate dall’opinione pubblica e che devono essere semplificate), ma ci si scontra con i più vari interessi, che a loro volta generano disinformazione o vere e proprie bufale volte a favorire l’astensionismo.

Per chi scrive è un po’ come combattere contro i mulini a vento.
Per chi legge orientarsi in questo mare magnum è quasi impossibile e la conseguenza pratica, nella confusione mentale che si genera negli elettori, è che a 20 giorni dal voto percentuali altissime di italiani semplicemente non ne sono nemmeno a conoscenza (il 38% non ne sa nulla, il 40% ne sa poco; dati Swg).
In altre parole: c’è una deliberata strategia, nel fronte contrario al referendum NoTriv (dalla segreteria del Partito Democratico – Renzi in testa – fino alle lobby del settore fossile), a confondere le acque per impedire il referendum.

Come definire altrimenti l’azione inspiegabile del Governo, che con gli emendamenti alla legge di Stabilità, lo scorso dicembre, abrogava parte della normativa dello Sblocca Italia per aggirare i quesiti referendari?
Come commentare le recenti parole della segreteria del PD a favore dell’astensione? 
Cos’è successo a Debora Serracchiani, che appena nel 2012 manifestava insieme agli ambientalisti contro le trivellazioni in Adriatico e oggi boicotta il referendum? 

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E ancora, perché Matteo Renzi, che nello stesso anno faceva campagna per le primarie a favore delle rinnovabili, oggi può permettersi di dire che il voto è «uno spreco di 300 milioni con cui si sarebbero potuti costruire asili nido»?
Sono state le stesse associazioni ambientaliste a denunciare lo spreco di quei soldi, dovuto al mancato accorpamento del referendum alle elezioni amministrative di giugno, di cui semmai è responsabile il Governo!

11219644_1362327890459633_2030476579655025168_nLa sensazione, a livello esclusivamente politico, è che davvero possano permettersi di dire tutto e il contrario di tutto, richiamarsi al latinorum più stolto e a conclamati impedimenti dirimenti pur di confondere le idee, che significa nella pratica impedire il voto.

Del resto, il compito degli astensionisti è certo più semplice: il fronte ambientalista deve tentare di raggiungere un difficilissimo quorum portando milioni di italiani al voto in soli 20 giorni, a loro basta fornire una debole alternativa scientifica e screditare gli avversari.
Non è paradossale tutto ciò?

Per orientarsi. 

Solo la settimana scorsa, il dibattito referendario si è ingrassato di nuove polemiche.
Senza fossilizzarsi sugli scontri dialettici, vale la pena riprendere alcuni spunti interessanti per farsi un’idea sul valore del voto a cui l’Italia sarà chiamata il 17 Aprile: 

1) Sulle ragioni del che hanno spinto 9 consigli regionali a chiedere il referendum e sul suo significato c’è un ottimo articolo di Internazionale che ha intervistato direttamente Enzo Di Salvatore, professore di diritto costituzionale e autore del quesito che sarà presente sulla scheda. Utile per capire almeno qual è il bisogno dei promotori.

2) Si è molto parlato dei metodi usati per fare campagna per il SI. Se l’idea dell’agenzia pugliese BeShaped, “Trivella tua sorella”con tanto di slogan con ragazza accovacciata non è certo una grande trovata, “Boobs Against Oil” e pagine simili fanno capire, magari in modo simpatico, che si sta parlando pochissimo di questo voto. Il NO non ha bisogno di trovate del genere semplicemente perché non ha bisogno di fare campagna. C’è quindi un problema di informazione su cui riflettere, visto che i canali ufficiali ne stanno parlando pochissimo: far parlare di sé sui social è una strada obbligata per diffondere velocemente il tema, ma naturalmente i mezzi sono quelli che sono.
Non attacchiamo queste pagine per il presunto sessismo senza soffermarci sui messaggi che lanciano: stanno indicando la luna, non limitiamoci a guardare il dito.

3) Un post su Facebook di una ragazza, Michela Costa, ha avuto nel giro di qualche giorno oltre 18mila condivisioni e 4mila like nello spiegare le ragioni del NO al referendum.
È interessante leggere le obiezioni fatte e le molte repliche. Su tutte segnaliamo quella di Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia&Clima di Greenpeace, e soprattutto quella di Alberto Bellini, professore di conversione dell’energia all’Università di Bologna. Si ribatte in maniera pacata e si riportano molte fonti utilissime.

4) Si parla tanto di rinnovabili in alternativa alle fonti fossili. Se è vero che continuare a incentivare un settore non vuol dire disincentivare l’altro, sono verissimi anche i dati che mostrano la crisi delle energie alternative in Italia. Qualche giorno fa Greenpeace ha rilasciato il documento “Rinnovabili nel mirino”, che evidenzia ad esempio come siano cresciuti gli incentivi alle fossili (dai 12,8 miliardi del 2013 ai 13,2 miliardi di dollari del 2014, fonte FMI) mentre nel solo 2015 si siano persi 4mila posti di lavoro nel settore eolico (fonte Althesys) con responsabilità dirette del Governo. Lo studio, subito accusato di parzialità, è stato invece confermato dal nuovo rapporto dell’ UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) uscito ieri, che allo stesso modo afferma che «l’Italia ha visto gli investimenti in energie rinnovabili scendere sotto 1 miliardo di dollari, in calo del 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto del picco di 31,7 miliardi di dollari raggiunto durante il boom fotovoltaico del 2011». Oltre alla crisi economica, la causa sarebbe anche nei tagli retroattivi del Governo Renzi agli incentivi, che «hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno».
Gufi anche loro?

5) A differenza di quanto si pensa, esiste la possibilità di votare senza ritornare al paese di residenza anche per studenti e lavoratori fuori sede. Purtroppo non c’è ancora una legge che recepisca la forte richiesta, ma tramite un intelligente escamotage è possibile non ricorrere a costosi e lunghi ritorni a casa, tant’è che nel referendum del 2011 utilizzarono questo sistema ben 80mila persone. Rimandiamo a quanto è qui ben spiegato da Iovotofuorisede e invitiamo a condividere con gli interessati.

Antonio Acernese

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