Charles Baudelaire: la bellezza del male

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Baudelaire

“Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che snobba la tempesta e se la ride dell’arciere
poi, in esilio sulla terra, tra gli scherni
con le sue ali da gigante non riesce a camminare.”

I versi, tratti dalla poesia “L’albatro”, dipingono al meglio la condizione di contemplazione estatica di se stesso e, al contempo, di solitudine avvilente che si infrangono contro l’animo inquieto, seppur illuminato da mondi meravigliosi, di uno dei poeti che, con la sua vena poetica irriverente e canzonatoria, ma anche disperata e sublime, sovvertì i dettami bigotti e perbenisti della borghesia: Charles Baudelaire.

Vissuto nel contesto parigino, dominato dalle eco fastidiose del moralismo puritano tipico del XIX secolo, il poeta maledetto, proprio come un albatro, esulava da quelle dimensioni, biasimava il bieco conformismo. Al contrario, la sua poesia si incamminava sui sentieri ambigui e nebbiosi dell’ideale, pur non riuscendo mai a rinunciare, come ad una droga, allo spleen: quello stato tormentoso di cupezza e tristezza, di disprezzo per la realtà circostante. Orrore ed estasi, ribrezzo e meraviglia, bellezza e squallore, «Spleen et Idéal». Questi i due poli magnetici, gli estremi tra i quali oscillava il mondo terrificante e splendido di Baudelaire. Il miraggio di un’esistenza all’insegna della bellezza pura ed ideale, incontaminata, illesa dalle brutture della contingenza terrena e reale, trasfigurata da sensibilità, malinconia, sana irrazionalità veniva costantemente minato dall’attrazione fatale e perversa verso il male, i piaceri immondi e depravati, quell’inferno che seduce e soggioga e al quale non si può rinunciare.

Baudelaire

“Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti;
ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre,
scendiamo verso l’Inferno, senza orrore.”

La disperazione così odiata, eppur tremendamente agognata, è la conditio sine qua non che fa da sfondo all’intera opera “Les fleurs du mal” che, come un disegno predisposto, sembra percorrere le orme di un cammino già indicato. Diviso in cinque sezioni, Spleen et Idéal, Quadri Parigini, Il Vino, Fleurs du Mal, Rivolta, La Morte, il testo non è una raccolta autobiografica né casuale dei componimenti di Baudelaire, al contrario, è come se seguisse le tracce di una rotta per la salvezza. Salvezza che il poeta ricerca invano nell’amara sterilità del progresso e del modernismo, nell’immersione nello spettacolo della metropoli parigina, offrendone un’immagine turpe. Salvezza a cui aspira, sprofondando nei meandri dell’alcool, nei “paradisi artificiali” che, tuttavia, regalano solo un oblio momentaneo, e non perenne. Salvezza che brama di trovare tra i labirinti mirabilmente aberranti del vizio, sotto ogni suo aspetto, distruggendo completamente i frammenti di quei valori ormai scomparsi. Salvezza che rispolvera vanamente nella meraviglia dell’eresia, nella rivolta contro Dio, nelle sue “litanie a Satana”. Salvezza che finalmente scorge negli abissi agghiaccianti e allettanti della morte.

“E il cuore trafitto,
che il dolore ogni giorno alletta,
muore benedicendo la sua freccia.”

Baudelaire

Protagoniste di numerose poesie del “poète maudit” sono le donne, oggetto di ammirazione profonda, di adorazione e, al contempo, depositarie del male nella sua forma più pura. Baudelaire ostenta una violenta misoginia che culmina nella necessità impellente, nel bisogno imperioso della donna stessa, in quanto detentrice di vizi e basse passioni, personificazione del diavolo, peccato a cui non si può far a meno di soccombere.

“Tu, come lama di coltello
sei entrata nel mio cuore in lacrime!
Tu, forte come una torma
di demoni folle e in ghingheri,

sei venuta a fare del mio spirito
umiliato il tuo letto ed il tuo regno!
Tu, infame alla quale son legato
come il forzato alla catena,

come il testardo giocatore al gioco,
come il beone alla bottiglia,
come la carogna ai suoi vermi!
Maledetta! Maledetta!

Ho pregato la spada rapida
di conquistare la mia libertà;
ho detto al perfido veleno
di scorrere me vile;

macchè! Il Veleno e la Spada
con disprezzo m’han detto:
“Sei indegno di esser strappato
alla tua maledetta schiavitù,

imbecille! Se pure i nostri sforzi
ti liberassero da quel dominio,
tu stesso coi tuoi baci resusciteresti
il cadavere del tuo vampiro!”

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L’amore è “un delitto nel quale non si può fare a meno di un complice”, ma anche “un’operazione chirurgica o una tortura” in cui vi è sempre un carnefice ed una vittima. Esso assomiglia alla più bella delle illusioni, perché

“Ho le braccia a pezzi a forza di abbracciare le nuvole.”

Clara Letizia Riccio

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