L’idea del federalismo, il “piano B” per la Siria

Sui tavoli di negoziazione compare l'idea di una Siria federalista, al fine di tutelare i vari gruppi etnici, soluzione che accontenterebbe anche Russia e USA. I ribelli si oppongono, mentre i curdi proclamano già la federazione dei tre cantoni settentrionali.

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La crisi siriana e le proteste anti-governative dei ribelli hanno acceso un importante dibattito tra gli analisti sull’eventualità di una possibile scissione del paese in regioni autonome e semiautonome a causa della forte diversificazione etnica e confessionale presente in Siria.

Alla luce di una ipotizzabile divisione territoriale, gli alawiti occuperebbero il nord, i sunniti il centro, i drusi formerebbero un feudo al sud e i curdi richiederebbero il nordest del paese, ossia la regione adiacente a Iraq e Turchia,  zone in cui la minoranza etnica risiede in numero significativo e dove desidererebbe formare il sognato Kurdistan.

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Il territorio del Kurdistan in rosso, compreso tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.

Già nel novembre del 2013 i curdi dichiararono, autonomamente e in modo unilaterale, l’indipendenza di una regione, che battezzarono col nome di “Rojava“, situata nel nordest del paese e composta da tre città quali Kobane, Jazira e Afrin. La notizia ebbe poco scalpore perché fu soppressa dall’avanzata dello Stato Islamico.

Tuttavia l’attenzione per i curdi tornò a suscitare interesse nel novembre 2014, quando la città di Kobane venne conquistata dall’ISIS e, in seguito, liberata dagli stessi curdi nel gennaio 2015.

L’idea della scissione della Siria, comunque, è nata nello scorso febbraio ed è apparsa sui tavoli di negoziazione quando il Segretario di Stato statunitense, John Kerry, ha dichiarato che «la divisione potrebbe rientrare nel piano B per la Siria» nel caso in cui non si concretizzi un vero e definitivo “cessate il fuoco” o non avvenga il passaggio ad un governo di transizione che conduca la Siria fuori dalla crisi che attanaglia, ormai, il paese da troppi anni.
In realtà, già nel recente passato, dagli Stati Uniti si era immaginato uno smembramento di tutta l’area del Medio Oriente, rappresentato in modi diversi su due cartine pubblicate l’una sulla rivista The Armed Forces Journal e l’altra sul New York Times, rispettivamente negli anni 2006 e 2013.

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Sulla stessa linea di John Kerry, d’altronde, vi è il viceministro degli esteri russo, Sergei Ryabkov, il quale ritiene che una possibile soluzione per la situazione siriana sia rappresentata dal federalismo. Ma che tipo di federalismo intendono i russi? Il termine utilizzato da Ryabkov è «federatsiya», che sta per «federazione».

Se si guarda alla Russia, che ufficialmente è denominata “Federazione Russa“, notiamo che essa è composta da 85 soggetti. Ha ereditato tale struttura politica dall’Unione Sovietica, la quale, nei suoi primi anni di formazione, aveva promesso autodeterminazione e federalismo ai vari popoli che componevano l’impero russo. Con il passare del tempo, però, le autorità sovietiche hanno centralizzato il potere statale e la dimensione federalista è diventata solo un modo per decorare esteriormente la realtà politica del paese.

Tuttavia, la proposta proveniente dalla Russia ha improvvisamente assunto un peso importante nel momento in cui, lo scorso 11 marzo, Staffan de Mistura, ossia l’inviato delle Nazioni Unite in Siria, ha dichiarato che «i siriani hanno rifiutato la scissione [intesa come smembramento della Siria, ndr]» e che «il federalismo può essere discusso ai negoziati».

Il capo della Coalizione nazionale per le forze rivoluzionarie siriane, invece, ha testimoniato il proprio dissenso ad alcuni emittenti: «Uno dei principali impianti della rivoluzione siriana è l’unità e l’integrità del territorio siriano e delle persone. Qualsiasi proposta che mina ciò non è accettabile» e ha poi definito tale ipotesi come «un vero e proprio tentativo per sabotare il processo di negoziazione».

Intanto, nel nord della Siria, i curdi si apprestano a dichiarare in modo autonomo un sistema federale che comprenderà le regioni settentrionali appartenenti ai tre cantoni curdi di Kobane, Jazira e Afrin. «Il federalismo deve essere il futuro, non solo per il nord della Siria o per le regioni curde, ma per la Siria in generale, perché grazie al federalismo saranno garantite democrazia e uguaglianza», ha riferito ad Al Jazeera un ufficiale curdo-siriano ed ex leader del Partito Democratico per l’Unione (PYD), attualmente responsabile per le relazioni internazionali del cantone di Kobane. La porzione di territorio in questione verrebbe denominata “Federazione del nord della Siria” e, stando sempre alle dichiarazioni di Nassan, rappresenterebbe l’aggregazione di tutti i gruppi etnici ivi presenti.

Ovviamente dalla Turchia proviene un totale dissenso. «Ankara sostiene l’unità nazionale della Siria e non considera valida alcuna iniziativa federale unilaterale», ha comunicato un funzionario del ministero degli Esteri turco all’emittente Al Arabiya. La verità è che la fazione curdo-siriana è stata estromessa dai colloqui di pace di Ginevra proprio su richiesta della Turchia, la quale accusa il PYD di intrattenere legami con il PKK turco (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), considerato illegale dal governo di Erdogan.

In ogni caso, oggi, la componente curda assume un ruolo importante agli occhi della comunità internazionale per quanto riguarda lo scenario geopolitico del Medio Oriente. Il motivo risiede, principalmente, nell’apporto che la milizia curdo-siriana dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) ha offerto contro l’avanzata dello Stato Islamico, divenendo il simbolo della resistenza curda, insieme all’aiuto dei peshmerga e della coalizione militare guidata dagli USA.

Alla luce di ciò, una cosa è certa: a prescindere da ciò che sarà il futuro della Siria, il popolo curdo-siriano ha conquistato l’importante diritto di essere interpellato sul futuro del proprio paese. Cosa aspetta l’Occidente a riconoscerlo ufficialmente?

Andrea Palumbo

 

 

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