L’Isis sul web: quando il terrorismo si combatte in Rete

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I tragici attentati delle ultime settimane (a Bruxelles, a Lahore, ad Ankara, in Costa d’Avorio), ciò che ogni giorno avviene in Libia e in Siria, in quello stesso Mediterraneo «divenuto un insaziabile cimitero» e che pure bagna le coste italiane: la «guerra mondiale a pezzi» che l’umanità tutta sta vivendo nel 2016, parole ancora di Papa Francesco, è per definizione un conflitto diffuso, una situazione di instabilità perenne difficile da contrastare e che richiede nuovi strumenti interpretativi.

Non ci sono nemici certi o eserciti da annientare e, ancor di più, non ci sono fronti su cui combattere: il terrorismo, che sia attuato dall’ISIS piuttosto che da Boko Haram o altre cellule locali, agisce con attentati organizzati per lo più sul Web e tramite i social network.
Internet è il mezzo usato per la propaganda, sia essa esterna, diretta a spaventare l’opinione pubblica mondiale, sia essa interna, volta a creare consenso e legittimazione fra le popolazioni controllate; per il reclutamento, laddove è in questo modo che molti giovani occidentali, i così detti foreign fighters, trovano le informazioni per potersi arruolare nello Stato Islamico; per l’organizzazione, dato che i moderni sistemi comunicativi, da Telegram al c.d. deep web, sono strumenti indispensabili per compiere attentati in luoghi così distanti tra loro.

Se c’è un campo di battaglia, ricostruendo i pezzetti di questa guerra mondiale, esso non può che essere l’occidentalissimo World Wide Web, che il Califfato dimostra di conoscere e usare in tutta la sua importanza: se negli scontri sul terreno gli attori in gioco sono piuttosto chiari, qui i protagonisti sono inaspettati e, anche se i media ne parlano poco, è forse il fronte più importante sul quale agire. Dietro si cela il grande tema della Cyber Security e del controllo statale sul web, in un settore che è tuttora in via di sviluppo e i cui risvolti sono inaspettati. Se il terrorismo islamista nasce come ideologia della globalizzazione e in forte contrapposizione ad essa, esso non disdegna certo gli strumenti che ne sono figli. Un ritorno al passato, certo, ma con Twitter e Facebook sempre connessi e una regia al montaggio dei video degna di Hollywood.

Propaganda: fabbrica del consenso e del terrore

Si sente spesso parlare di rivendicazioni più o meno ufficiali di azioni terroristiche.
Ma come avvengono? Attraverso quali canali pochi sparuti uomini in Siria o in altre zone di guerra riescono a raggiungere i media mondiali?

All’attentato avvenuto a Bruxelles il 22 marzo sono seguite addirittura due rivendicazioni: la prima, nel pomeriggio, è avvenuta tramite i canali di Amaq News Agency, mentre più tardi se ne è aggiunta una più lunga e propagandistica sul sito Khilafah News. «Per la grazia di Allah, una cellula segreta dei soldati del Califfato ha colpito i crociati belgi», recitano con poche variazioni entrambe.

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Testo inglese della rivendicazione diffusa come “breaking news”, poche ore dopo l’attacco di Bruxelles.

Cercando i due siti semplicemente su Google, scopriamo che ambedue sono abituali canali di comunicazione del Daesh, anche se all’apparenza potrebbero sembrare indipendenti: Amaq è un’agenzia giornalistica che, nemmeno a dirlo, arriva sempre prima su notizie del genere per “contatti diretti” con quegli ambienti. Come fa ben notare Rukmini Callimachi in un articolo sul New York Times, essa si presenta con una patina di oggettività, come fosse una vera agenzia con le sue breaking news. Così «gli aggressori sono descritti come “combattenti dello Stato islamico”, piuttosto che, come preferisce l’Isis, come “soldati del Califfato”. Le vittime sono “cittadini stranieri”, piuttosto che “crociati”». Rita Katz, direttrice di SITE Intelligence, nello stesso articolo arriva a dire che «si stanno comportando come un media di Stato. L’IS si vede come uno Stato, come un paese: e un paese ha bisogno di avere i propri media».

Lo stesso discorso vale, grossomodo, anche per Khilafah News: sia quest’ultimo che Amaq sono costantemente online, anche se i loro account twitter e di altri social sono talvolta rimossi. Da veri media di stato, essi sono condivisi dai sostenitori dell’Isis, le cui tracce sono facilmente rintracciabili online; sono completi di account su YouTube e presentano addirittura e-mail per contattare le redazioni; sono anche (o principalmente) in lingua inglese, quindi rivolti all’opinione pubblica anglofona.

Ma i canali usati sono molti altri, spesso con accenti maggiormente propagandistici e addirittura specializzati in settori diversi, dove il materiale rivolto all’esterno mira a terrorizzare il nemico, quello rivolto all’interno ha l’obiettivo di creare consenso: c’è Al Hayat, che riporta messaggi dal campo tradotti; Al Bayan, radio “ufficiale” di propaganda tramite canti e sermoni recitati; Fursan al Balagh, con il compito di tradurre le trascrizioni video; la notissima Dabiq, rivista mensile tradotta in molte lingue occidentali; infine c’è Al Furqan Media, sezione dietro la regia di molti video in stile Hollywoodiano dell’Isis.

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Fotogramma di uno dei video diffusi dal Daesh: la violenza delle uccisioni è mascherata con una sorprendente abilità nel montaggio, inquadrature a camera fissa, steadycam, effetti sonori grotteschi.

Proprio l’aspetto cinematografico è tanto curato da destare scalpore, quasi a voler copiare i film di Tarantino o il montaggio di Spielberg, a volersi burlare della realtà come se tutto ciò fosse un videogioco o la scena di un set di Cinecittà.

Questi video propagandistici, solitamente dalla durata di circa 5 minuti e volti a creare terrore, pongono innanzitutto dei dubbi etici importanti per gli stessi media che li recepiscono.

Che fare di questo materiale? È giusto pubblicarlo, contribuendo a diffondere la loro propaganda? O è meglio, come hanno scelto di fare Rainews e molti altri, rinunciare a rendere pubblico materiale in ogni caso di indubbio valore storico?
Il dato di fatto è che questi video si trovano con estrema facilità in rete, così è bene provare a guardare e a ragionare su tutto ciò, a patto che i giornali facciano da minimo filtro e non si limitino a condividere passivamente il materiale cruento.

Una delle riprese più emblematiche è quella relativa all’uccisione di 21 cristiani copti nel febbraio 2015: il montaggio è iper-curato, tanto da costringere lo spettatore a soffermarsi più sul modo di raccontare che sul delitto che si compie.

Come nota

«Ventuno egiziani […] tutti in arancione (un mezzo per farli risaltare, stile “pop”, sul paesaggio, nonché simbolo del rovesciamento delle parti rispetto ai detenuti di Guantánamo), arrivano con i loro carnefici, tutti vestiti di nero come dei ninja. Stavolta la macchina da presa si muove, scivola maestosamente lungo la fila di prigionieri, anch’essi apparentemente addestrati per la macchina da presa, poi fluttua al di sopra delle loro teste. […] Vediamo movimenti di macchina sofisticati, combinazioni di steadycam, grande innovazione tecnologica della generazione di Spielberg, e movimenti con le gru telecomandate, l’ultimo grido per i cineasti di punta ben equipaggiati. I piani sono girati a volte al rallentatore e a volte in accelerazione, sottolineati da una musica esaltata e ironica insieme, per mettere bene in evidenza la padronanza “terrorista” dell’estetica dominante del cinema occidentale.»

La conclusione a cui si giunge, il sottotesto che viene palesato, è chiara:

«Siamo di fronte a un revenge movie. C’è un solo riferimento possibile: l’universo audiovisivo portato al massimo grado da Quentin Tarantino. […] L’obiettivo reale dell’operazione è la regia del video che poi viene visto da milioni di persone su Youtube e altrove. Questa regia mira a suscitare nello spettatore sia il godimento della violenza, sia l’orrore. Le due cose sono mescolate. Con questa estetica oltranzista puntano esattamente allo stesso pubblico di Tarantino e dei suoi confratelli del cinema e dei videogiochi: adolescenti, post-adolescenti e post-post-adolescenti che saranno ispirati – e aspirati – dalla legittimazione videoludica della violenza. È la maniera migliore per reclutare i giovani, ma anche la maniera migliore per rivoltare la società dello spettacolo contro se stessa, per rigirarla in maniera così grottesca che il pubblico di questi video finisce per abituarsi all’orrore.»

A tutto ciò si aggiungono, da un lato, video di propaganda positiva, rivolta ai futuri cittadini del presunto Stato: entrano in gioco dopo la conquista e la stabilizzazione dei territori e mostrano la vita quotidiana sotto il Califfo, in un mondo fatato in cui l’Isis costruisce infrastrutture e garantisce il welfare. Dall’altro lato ci sono migliaia di account twitter e facebook, insieme a un’avanzata divisione di hacker pronti a colpire e a celare le attività organizzative online nel web sommerso, dove la legge difficilmente arriva.
Ma il pericolo è tutt’altro che solo virtuale: basti pensare a cosa potrebbe accadere se cyber terroristi riuscissero ad accedere ai piani di sicurezza di una centrale nucleare in Europa.

Cyber War: gli schieramenti

I protagonisti di questa guerra sono tanti e occupano precisi ruoli con interessi definiti.
I social network sono i diretti interessati, chiamati in causa dagli stessi jihadisti: se è vero che sia Facebook che Twitter vietano di per sé contenuti violenti sulle loro piattaforme, è anche vero che il semplice sostegno di opinioni pro-Isis è ammesso, quindi esiste una galassia di account che veicola la loro propaganda senza controlli.

Mark Zuckerberg stesso, intervenendo sul tema, ha ammesso che Facebook dovrebbe fare di più per favorire la risoluzione di numerosi problemi sociali: dalla prevenzione dei suicidi al sostegno alla donazione di organi, fino a sostenere l’affluenza alle urne alle elezioni (come accadde nel 2008 negli Usa, quando una domanda automatizzata in bacheca portò 340.000 persone in più a votare).

Nature 489, 295 (2012). doi:10.1038/nature11421
“Today is Election Day”: il messaggio automatizzato che alle elezioni americane del 2008 permise un’affluenza maggiore di ben 340mila unità

Allo stesso modo, Twitter ha annunciato a inizio 2016 di aver disattivato, dalla seconda metà dello scorso anno, 125mila account sospettati di essere vicini al gruppo terroristico.
Tali impegni, anche se in minima parte, sono riusciti a mettere in difficoltà Daesh, tanto che lo scorso febbraio è arrivata una minaccia indirizzata direttamente ai CEO dei due social, in un filmato di 25 minuti in cui venivano raffigurati circondati da fori di proiettile.

Altro attore fondamentale in questa cyber war è certamente Anonymous: la rete di attivisti è scesa apertamente in campo dopo gli attentati di Parigi lo scorso anno, lanciando l’operazione #opParis per contrastare la propaganda in rete di account legati agli eventi francesi e eventualmente chiuderli. A inizio marzo, inoltre, gli hacker sono entrati in aperta polemica con Twitter, accusando Dorsey di aver chiuso anche account legati al loro operato, in una sorta di inaspettato “fuoco amico”. Dopo l’attentato di Bruxelles, Anonymous sta continuando il suo lavoro con #opBruxelles e con #GhostofNoNation, le cui attività sono rintracciabili online.

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Cyber Security: lo Stato che vacilla

Quello che manca, in un quadro così delineato, sono proprio gli attori statali: da una parte la rete di polizia informatica e gli stessi servizi segreti, per quanto importanti, non sono così capillari come richiederebbe la situazione; dall’altra il diritto spesso termina dove cominciano i crimini via web, difficili da rintracciare, ancor prima che da perseguire.

È di dicembre 2015 una sentenza esemplare della Cassazione, che ha delineato un vero e proprio reato di “apologia di associazione con finalità di terrorismo internazionale” per un soggetto accusato di aver condiviso sui social materiale di propaganda dello Stato Islamico.

Nonostante ciò, i limiti restano ancora tanti e Internet resta un mondo per costituzione impossibile da controllare, in cui ben si insidiano e trovano diffusione anche contenuti macabri come quelli messi in rete dall’Isis. Se la guerra reale, che ogni giorno causa decine di morti, è ben lontana dal trovare una soluzione, certamente oggi mancano le possibilità e la collaborazione necessaria tra gli Stati per vincere la Cyber War.
Il Califfato, più che mostrare la sua potenza, mette in luce i limiti profondi del sistema inter-statale moderno.

Antonio Acernese

 

Qui il link, che rimanda a contenuti cruenti, del video oggetto di analisi: la visione è sconsigliata, in particolare gli ultimi due minuti e soprattutto a persone particolarmente sensibili e impressionabili. Il link è reso reperibile solo per garantire la veridicità delle fonti utilizzate e non è stato reso visibile direttamente nell’articolo per tutelare la sensibilità dei lettori.

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