Karadžić e Šešelj, i verdetti del Tribunale ONU fanno discutere

Le sentenze della Corte ONU, rispettivamente di condanna e di assoluzione nei confronti degli ex leader serbi durante la Guerra di Bosnia, Karadžić e Šešelj.

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Karadžić

A distanza di una settimana, due verdetti del Tribunale Penale Internazionale delle Nazioni Unite per la ex Jugoslavia riaprono prepotentemente il dibattito sul futuro dei Balcani e dell’Europa.

Lo scorso giovedì, il 70enne Radovan Karadžić, ex leader della Repubblica separatista serbo bosniaca, è stato condannato a 40 anni di reclusione, in quanto dichiarato colpevole di 10 capi d’imputazione su 11 a suo carico, tra cui quello di genocidio, per essere stato tra i promotori del tragicamente celebre massacro di Srebrenica e del terribile assedio di Sarajevo tra il 1991 e il 1995: questi furono gli episodi di spicco del più sanguinoso conflitto europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che fece almeno 110.000 vittime. Karadžić ha ottenuto l’unica assoluzione rispetto all’imputazione di genocidio in alcune altre “municipalità” della Bosnia, poiché in quel caso il progetto di rimuovere con la forza, deportare, torturare e uccidere i musulmani bosniaci su tutto il territorio dell’ex repubblica jugoslava non è stato considerato concludente con la fattispecie.

Nelle motivazioni, il collegio di tre giudici ha stabilito che Karadžić, tra i pochi in grado di prevenire i massacri, non intervenne per dissuadere, bensì diede istruzioni ai militari e alle milizie su come perpetrare i crimini di cui è stato riconosciuto colpevole.

L’ex psichiatra, visibilmente contratto al momento del verdetto, ha annunciato, per il tramite del suo legale americano, l’intenzione di fare appello contro la sentenza, giudicata parziale e in coerenza con il più volte da lui denunciato orientamento anti serbo del Tribunale; da parte sua, il Procuratore Capo presso la Corte dell’Aja ha invece anticipato che è possibile un’impugnazione del capo assolutorio della sentenza, considerate le evidenze a carico di Karadžić.

Proprio il ruolo delle prove, nel corso di un procedimento durato circa 5 anni e che ha richiesto una camera di consiglio per la deliberazione della sentenza di circa 18 mesi, è stato fondamentale: se l’accusa ha fornito materiale di genere diverso (intercettazioni, prove documentali, testimonianze delle vittime degli innumerevoli stupri etnici e delle torture, nonché di familiari delle vittime dei massacri), la difesa si è concentrata quasi esclusivamente sulla chiamata in causa di 238 testimoni e sull’eloquio fluviale dell’imputato. Questi, in un primo momento, aveva anche deciso di difendersi da solo, prevalentemente allo scopo di causare intoppi e ritardi al procedimento, ma infine gli era stato imposto un difensore. La tesi di Karadžić è rimasta invariata in questi anni: ha sempre rigettato le accuse, affermando che i militari materialmente coinvolti nei crimini agirono di propria iniziativa, senza sue istruzioni. Ha spesso assunto la responsabilità morale dei crimini, lasciando intuire che avrebbe potuto fare di più per impedirli, ma dichiarandosi “vero amico dei musulmani. Secondo questa tesi, dunque, il comportamento di Karadžić durante la guerra era stato quello di un patriota serbo che vedeva in pericolo la sua Nazione di fronte all’intento dei musulmani bosniaci di istituire uno Stato islamico (argomento piuttosto d’impatto sulle coscienze europee, di questi tempi). Le accennate accuse di parzialità alla Corte sono state l’altro punto fisso delle argomentazioni di Karadžić, che ha documentato come, di 161 imputati presso il Tribunale ONU, ben 94 siano stati i serbi, mentre sarebbero state trascurate le gravi responsabilità, a suo dire, di altri personaggi come gli ex presidenti croato e bosniaco.

Le reazioni globali a quella che resta, finora, l’unica condanna nei confronti di un personaggio di spicco della guerra (l’ex presidente serbo Slobodan Milošević è deceduto in carcere all’Aja comunque prima del verdetto definitivo, 10 anni fa), danno il polso dell’attualità del tema della guerra di Bosnia ormai a più di 20 anni di distanza. Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon ha parlato di una sentenza storica per l’ex Jugoslavia, mentre l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha celebrato la condanna dell’«architetto della distruzione e della morte» in Bosnia; soddisfazione è stata espressa anche dai vertici di Amnesty International.

È però nei Balcani che la condanna di Karadžić ha ovviamente fatto più rumore e ha suscitato le reazioni più contrastate.

I parenti delle vittime, molti dei quali erano presenti in aula al momento della lettura del dispositivo, hanno reso nota la propria insoddisfazione per una condanna ritenuta insufficiente e troppo morbida nei confronti di un individuo che ha causato loro sofferenze indicibili.

Gli ultranazionalisti serbi hanno invece esplicitato il loro supporto a Karadžić nelle strade di Belgrado, mentre il resto del popolo serbo si è diviso tra chi si aspettava una condanna più dura e chi invece avrebbe voluto le condanne di ben altri responsabili, non certo quella di Karadžić. Ciò che inquieta, in questo quadro, è il ruolo potenziale di questo e di altri verdetti sulla politica interna serba e la stabilità della regione. Con la sentenza sul comandante dell’esercito serbo bosniaco Ratko Mladic che arriverà solo nel 2017, sono le potenziali ripercussioni dell’assoluzione di un altro personaggio di spicco della guerra, Vojislav Šešelj, arrivata ieri, a destare numerose preoccupazioni.

Ritenuto non colpevole di tutte le accuse rivoltegli, Šešelj non avrebbe avuto responsabilità dirette né indirette nei massacri, essendo stato riconosciuto soltanto come un teorico ‘politico’, per quanto fanatico, di quel progetto dellaGrande Serbia che ha invece coinvolto attivamente e con risvolti penali lo stesso Karadžić. Šešelj ha ringraziato l’onestà intellettuale dei due giudici che, nel consueto collegio di tre, l’hanno assolto, pur nel contesto anti serbo del Tribunale anche da lui accusato; l’unico giudice dissenziente, l’italiana Flavia Lattanzi, ha però posto in evidenza il clima intimidatorio ai danni dei testimoni e la superficialità della valutazione delle prove da parte della giuria, che avrebbero inficiato gli accertamenti.

Dopo 12 anni di detenzione preventiva (e in attesa dell’appello contro la decisione assolutoria annunciata dal Procuratore) Šešelj, già in Serbia dal 2014 per motivi di salute, potrà liberamente concorrere alle elezioni generali previste nel Paese per il 24 aprile. Apertamente anti UE, anti NATO e fiero avversario della Croazia (pare che ne abbia, tra l’altro, anche dato alle fiamme le rispettive bandiere in un recente passato), Šešelj si presenta con una formazione di ultradestra che si aspetta di riscuotere almeno il 20% dei consensi.

L’indignazione ha comprensibilmente caratterizzato le reazioni di Croazia e Bosnia all’assoluzione: i due Paesi, già non particolarmente soddisfatti della congruità della condanna di Karadžić, al di là della sua indiscutibile importanza simbolica, hanno ritenuto inaccettabile la pronuncia della Corte dell’Aja. Zagabria ha persino bandito Šešelj dal proprio territorio, perché l’ex leader serbo consisterebbe in un eventuale rischio per la sicurezza nazionale.

Oggi che la Croazia è nell’UE, la Bosnia è in trattative per l’ingresso, la Serbia ha chiesto l’accesso ai negoziati, la questione del Kosovo è ancora largamente irrisolta, i Balcani ribollono di nuovo di tensioni etniche e odio. La legittimazione politica della “Grande Serbia”, incoraggiata dai termini della sentenza sul caso Šešelj, annulla, secondo alcuni analisti locali, il valore positivo e monitorio della condanna di Karadžić: come ha fatto acutamente notare al Washington Post uno studente 23enne bosniaco, se si accetta che un concetto delirante come quello della “Grande Serbia” possa avere avuto un valore anche solo politico e non per forza criminale, e che i crimini di guerra compiuti in Bosnia negli anni 90 siano stati dovuti all’iniziativa di singoli folli e non al disvalore del progetto in sé, perché non consentire magari anche che alcuni fanatici concepiscano e intraprendano il progetto di uno Stato Islamico in Medio Oriente?

Ludovico Maremonti

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