Nucleare, il pericolo jihadista che terrorizza l’Occidente

Dopo Bruxelles aumenta il pericolo del nucleare e che questo possa entrare in possesso dell'ISIS. Ecco il tema al centro del Nuclear Security Summit.

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«Siamo in guerra», così il primo ministro francese Manuel Valls ha dichiarato senza giri di parole all’indomani degli attentati di Bruxelles. Una guerra che i nostri governi combattono da anni, ma di cui prendiamo forte consapevolezza collettiva solamente quando il terrore e la morte invadono le nostre città e colpiscono la vita e la libertà di chi ci è più vicino.

Questo triste orizzonte di distruzione porta con sé l’ombra inquietante di un pericolo che accompagna ormai da decenni i conflitti militari, quello delle armi di distruzione di massa e soprattutto del nucleare. Dopo i carri armati e le batterie anti-missile, gli ordigni nucleari sarebbero, infatti, il prossimo obiettivo dei terroristi islamici, capaci di contrattare facilmente con i contrabbandieri del mercato nero, grazie agli ingentissimi capitali di cui dispongono.

L’offensiva dell’ISIS nei paesi islamici e in Occidente continua senza tregua, ma l’eventualità che i miliziani possano entrare in possesso di un’arma così distruttiva, con la quale uccidere quante più persone possibile, preannuncia uno scenario così devastante da apparire irreale. Eppure, gli attentati di Bruxelles e l’ipotesi sull’intenzione dei due fratelli kamikaze di prelevare del materiale radioattivo da una centrale belga, hanno reso possibile la realizzazione dell’incubo nucleare in mano all’ISIS, tanto da porre la questione al centro del Nuclear Security Summit, tenutosi a Washington dal 30 marzo al 1 aprile.

Convocato da Obama con l’appello di «fare di tutto perché l’Is non abbia l’arma nucleare», si è chiuso, però, senza un accordo internazionale per prevenire il terrorismo atomico, per di più mancando al tavolo dei negoziati due paesi importantissimi, l’Iran, che non ha ricevuto l’invito, e la Russia, assente per protestare contro le tensioni scoppiate a seguito dell’invasione dell’Ucraina. La riunione, che ha visto la partecipazione di oltre 50 leader mondiali, si è concentrata soprattutto su due minacce legate a Daesh. La prima è la “bomba sporca”, così chiamata perché si può costruire artigianalmente attraverso l’utilizzo di diversi materiali radioattivi ad uso civile, uniti con dell’esplosivo a basso costo. Ecco perché desta particolare preoccupazione la sensibilità delle centrali nucleari belghe, già in passato protagoniste di piccoli incidenti e di una manomissione informatica.

Il Nuclear Threat Initiative lancia l’allarme: «è solo un miracolo» se fino ad oggi bombe di questo tipo, assemblate con rifiuti radioattivi rubati ed esplosivi tradizionali, non siano state utilizzate per disseminare morte e contaminare le città dei paesi occidentali. Si dovrebbe intervenire sul traffico di queste sostanze chimiche pericolose, ma bloccarlo è molto difficile, a causa della sua capillarità e diffusione. Risale all’ottobre 2015 l’indagine dell’FBI insieme agli investigatori moldavi, che portava alla luce come contrabbandieri legati alla Russia avevano cercato diverse volte di entrare in contatto con i miliziani dello Stato islamico per negoziare la vendita di materiali radioattivi.

Il secondo e ancora più inquietante rischio è che Daesh possa entrare in possesso di un vero ordigno nucleare. Già un anno fa, la rivista jihadista Dabiq aveva annunciato rapporti dello Stato Islamico con alcuni scienziati pakistani, con lo scopo di contrattare l’acquisto della bomba atomica, aggiungendo così l’uranio all’arsenale potentissimo di armamenti di cui il califfato era già in possesso. Si sarebbe trattato del progetto The Perfect Storm, come dichiarato in un video dall’ostaggio britannico John Cantlie, in uno scenario futuristico dove i terroristi islamici avrebbero utilizzato l’arma più pericolosa al mondo contro gli Stati Uniti.

Come annunciato da Obama, per sventare questi pericoli nefasti è necessaria più collaborazione tra i grandi della terra, per evitare che strumenti così letali finiscano nelle mani sbagliate.

Questa collaborazione dovrebbe iniziare prima di tutto da un maggiore coordinamento tra le intelligence internazionali e dall’immediata interruzione dei rapporti economici e politici con quegli “alleati” islamici accusati di sostenere l’ISIS in armi e finanziamenti, ma anche evitando affermazioni non necessarie e pericolose come quelle del leader russo Vladímir Putin o del candidato repubblicano Donald Trump, che hanno dichiarato pubblicamente di non poter escludere il ricorso ad armi nucleari contro i terroristi. Dunque, «la minaccia atomica è in costante evoluzione», come è emerso dal summit nucleare dei giorni scorsi, ma la presenza di armamenti di questo tipo è ancora diffusa e il loro eventuale sfruttamento è, almeno a parole, contemplato.

Essendo coperte dal segreto di stato, non si ha una conoscenza certa del numero preciso di testate che ogni paese possiede, ma attraverso ricerche e studi sul campo, le stime attuali parlano di 2150 testate nucleari attive, ovvero pronte per essere utilizzate, negli Stati Uniti, 300 in Francia, 1720 in Russia, circa 200 in Cina, 160 nel Regno Unito. Non solo i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma anche altre potenze in crescita dispongono di armamenti atomici: Pakistan e India contano 100 testate attive, Israele circa 80 e la Corea del Nord, nazione che desta non poca preoccupazione, poco meno di 10.

Il rischio di «fare deserto e di chiamarlo pace» e di giungere ad un suicidio collettivo in nome della difesa rimarrà fino a quando qualunque governo, capo di stato o organizzazione terroristica vedrà negli ordigni nucleari il modo ultimo per giungere alla risoluzione di un conflitto. Questa modalità di reazione è intrisa di gravissimi rischi per le nazioni del mondo e per i popoli e, per questo, una vera cooperazione internazionale dovrebbe essere caratterizzata dalla tensione collettiva di cercare modi più razionali e più umani di conseguire pace e sicurezza. Ecco perché il percorso per raggiungerle parte dal controllo e dalla graduale riduzione di questi armamenti, guardando all’obiettivo finale di raggiungere un disarmo nucleare definitivo.

Rosa Uliassi

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