Privatizzazione dell’acqua: quali sono le verità celate?

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Nel 2007, a Montecitorio, veniva presentato dal Movimento per l’acqua un disegno di legge sulla ripubblicizzazione del servizio idrico al quale non fu mai dato corso. L’emblema di quel DdL era l’articolo 6, che prescriveva l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato.

Tale DdL, però, non fu mai preso in considerazione dai deputati e senatori allora al governo, nonostante le forti pressioni da parte dei movimenti a favore dell’Acqua come Bene Comune.

Nel giugno del 2011, attraverso un voto referendario, venne data al popolo la possibilità di abrogare l’articolo 6 tramite un referendum che venne presentato come “il referendum sull’acqua pubblica”. L’esito del primo quesito referendario vide la stragrande maggioranza dei votanti esprimersi per il sì (oltre il 95%, come testimoniato dai dati del Viminale), e quindi chiedere l’abrogazione dell’articolo 6. Questo risultato fu la chiara espressione di un popolo (quasi il 55% degli aventi diritto al voto si recò alle urne) che reclamava a gran voce la totale pubblicità dell’acqua  e quindi l’accesibilità per tutti.

Per quanto riguarda il referendum, tuttavia, occorre fare un po’ di chiarezza, perché quando nel giugno 2011 il popolo venne interpellato la domanda a cui faceva riferimento il “referendum sull’acqua pubblica” era leggermente diversa da quello che lasciavano trasparire. Il quesito referendario, infatti, prevedeva l’abrogazione dell’articolo 23 bis del decreto legge 112 del 25 giugno 2008, il quale significava che chi votava sì voleva abrogare quella norma che prevedeva l’obbligo per gli enti locali a fare delle gare d’appalto che avrebbero dovuto essere aperte a soggetti pubblici, privati o misti dove i privati devono detenere almeno il 40% del capitale azionario e partecipare alla gestione della società per l’affidamento dei servizi pubblici locali. Quindi, con l’abrogazione dell’articolo 23 bis, non si è mai messo in discussione la pubblicizazzione dell’acqua, ma ha semplicemente cambiato la modalità di affidamento del servizio. Questo esito, quindi, ha concesso agli enti locali anche la possibilità di scegliere a chi affidare il servizio, e di conseguenza scegliere se renderla pubblica oppure privata.

Il 20 marzo del 2012, in occasione della giornata mondiale per l’acqua, è stata depositata alla Camera la proposta di legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico. Ricalcava in grosso modo quanto già fatto nel 2007. L’iniziativa di tale proposta nasceva da una decina di deputati di diversi gruppi politici (PD, SEL, M5S e Popolari) che ad inizio legislatura avevano dato vita all’intergruppo “Acqua bene comune”. Sembrava un grande passo verso un cambiamento, un sano cambiamento.

In occasione dell’esame del disegno di legge sull’acqua, in commissione Ambiente della Camera, ci sono stati scontri tra minoranza e maggioranza per quanto riguarda la privatizzazione dell’acqua e specificatamente sono stati presi di mira due emendamenti a firma PD – autori sono Enrico Borghi e Piergiorgio Carrescia – che sarebbero in contrasto con quanto stabilito dalla volontà popolare nel 2011.

Secondo la minoranza, infatti, il gesto compiuto da parte della maggioranza è stata un vero e proprio atto di prepotenza andando contro l’esito del referendum tenutosi nel 2011. Motivo di scontri è stato anche il DdL Madia “Riforma della pubblica amministrazione” che secondo M5S e SEL è un escamotage per raggirare la volontà del popolo e quindi di privatizzare l’acqua. Le norme inserite negli articoli 14 e 15 del disegno di legge, se approvato nell’attuale versione, rappresentano infatti una delega al Governo con indicazioni precise volte al rilancio dei processi di privatizzazione, limitando drasticamente gli affidamenti diretti e incentivando i processi di aggregazione. Infine il M5S ha rinfacciato a Renzi di come nel 2011, avesse dichiarato che avrebbe votato sì ai quattro quesiti referendari, compreso quello sull’acqua pubblica: chiaro esempio di demagogia.

Non si è fatta attendere la difesa da parte della maggioranza, dichiarando che gli emendamenti del PD non vanno a tradire lo spirito referendario per due ragioni: sia perchè il referendum del 2011 non è mai stato sulla privatizzazione dell’acqua ma sulla gestione del servizio idrico, e sia perchè ci sono già delle leggi che sono intervenute in materia di erogazione e gestione del servizio idrico che sarebbero in contrasto con quanto previsto dal testo in discussione in commissione ambiente.

Tutto ciò che sta accadendo è sintomatico di una poca chiarezza che rende sempre di più il popolo oggetto e non soggetto. Un atteggiamento davvero scorretto nei confronti del popolo, un atteggiamento che tende sempre più a rendere meno chiaro a tutti ciò che succede, rendere alcune decisioni, nella quale dovrebbe essere il popolo a imporre il loro parere, una scelta di poche persone. Possono poche persone imporre un qualcosa ad un intero popolo? Fino a che punto possiamo prediligere il bene per noi, fino a che punto possiamo decidere se sostenere o meno una cosa, fino a che punto possiamo sentirci liberi di preferire qualcosa?

Vincenzo Molinari

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