Referendum No-triv: il Tar potrebbe decidere di posticiparlo

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Le polemiche sulla data del referendum sono iniziate già immediatamente dopo la decisione del Governo Renzi di fissare il voto sulle trivelle il 17 aprile, nemmeno due mesi dopo la pubblicazione del quesito referendario. Ma adesso, sono i Radicali Italiani a presentare la questione al Tar del Lazio, chiedendo di annullare il decreto del 16 febbraio e posticipare lo svolgimento delle votazioni. 

Secondo la deputata  Mara Mucci, tra i firmatari del ricorso insieme a  Riccardo Magi, Marco Cappato, Valerio Federico e Mario Staderini, «Convocando il referendum in una data così prossima il Governo ha volutamente negato un’informazione corretta per i cittadini, riducendo così le possibilità di partecipazione al voto e dunque condizionando l’esito del referendum. Un comportamento grave, perché l’informazione è un elemento fondamentale del principio stesso della democrazia diretta». Sarebbe stato così violato il dovere di neutralità politica previsto dal codice di buona condotta sui referendum del 2007, adottato dalla Commissione Europea per la democrazia attraverso il diritto. Nell’articolo 3.1.d. si stabilisce, infatti, che sia dato modo ai cittadini di informarsi attraverso materiale imparziale di ambo le parti e di pubblicare «sulla gazzetta ufficiale largamente in anticipo rispetto alla data del voto» i quesiti referendari. Al contrario, sono appena 62 i giorni che separano il decreto di indizione del referendum e la data delle votazioni.
Standerini avverte che non è la prima volta in cui l’Italia finisce nel mirino della Commissione e che nei prossimi mesi «sarà giudicata dal Comitato diritti umani dell’Onu per le violazioni avvenute in occasione dei referendum del 2013, ora rischia una nuova condanna».

È innegabile che la posizione dell’Esecutivo è stata chiara sin da subito, con la promozione di una campagna astensionista e la scelta di non svolgere il referendum insieme al voto per le amministrative. Un unico election day, non solo avrebbe dato più possibilità di raggiungere il quorum, ma avrebbe anche portato a un risparmio di circa 300 milioni di soldi pubblici. Infine, una grande nube di silenzio mediatico sembra aver tenuto lontani gli italiani dall’essere adeguatamente informati sulle argomentazioni di entrambe gli schieramenti, lasciando così questo referendum al dibattito di nicchia e a una diffusione poco collettiva.  È di appena qualche settimana fa il sondaggio di Demopolis per la trasmissione Otto e Mezzo, dal quale emergeva la poca informazione dei cittadini sul referendum del 17 aprile: appena il 25% si riteneva a conoscenza del quesito, mentre il restante 75% non ne sapeva dell’esistenza o ne aveva a mala pena sentito parlare.

A questo punto, potremmo essere di fronte a un colpo di scena finale, ma l’ultima parola va al Tar, che si esprimerà il 13 aprile.

Rosa Uliassi

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